Gran fermento per il vino a causa del tempo che cambia. Secondo recenti studi della Coldiretti negli ultimi 50 anni per effetto del cambiamento climatico la gradazione dei nostri vini è aumentata in media di più di 1 grado e la presenza della vite si è spostata verso l’alto fino a quasi 1200 metri di altitudine, come mostra l’esempio di Morgex e La Salle, in Val d’Aosta, dove si trovano i vitigni più alti d’Europa.

«La maturazione più rapida dell’uva ha bisogno di una vendemmia più precoce. Sotto l’effetto del sole gli acidi contenuti nell’uva vengono progressivamente sostituiti dallo zucchero – racconta Raffaella Ponzio, responsabile dei progetti di Slow Food sulla biodiversità -. Ed è proprio lo zucchero che durante la vinificazione crea l’alcol. La conseguenza principale di un clima più caldo è quindi un’uva più zuccherina e un vino più alcolico. Ma, se l’aumento della temperatura genera globalmente maggiori volumi di produzione, la canicola produce anche un effetto inverso. Così, per esempio in Borgogna, già il grande caldo del 2003 si è tradotto in un crollo della produzione totale del 30% rispetto al 2002», afferma Ponzio.

Venendo a quest’anno «a causa dei picchi di caldo torrido, si è dovuto anticipare la vendemmia e il calo medio delle rese è del 26% della produzione, dovuto alle gelate tardive della scorsa primavera – dichiara Donato Rotundo, direttore area sviluppo sostenibile ed innovazione di Confagricoltura -. L’inverno mite e asciutto, con gelate intempestive appunto, e la prolungata siccità e le elevate temperature hanno alterato il ciclo di maturazione delle uve, però la qualità del vino potrebbe essere ottima; gli acini hanno, infatti, subito minori trattamenti fungicidi».

Ma guardando più avanti nel tempo, l’aumento della temperatura media annuale potrebbe rivelarsi particolarmente critico per i terroir storici e per le varietà autoctone «perché meno adattabili rispetto ai vitigni internazionali a causa della loro elevata specificità ambientale – spiega Jacopo Ghione, coordinatore del gruppo di Slow Food sul cambiamento climatico -. E proprio per la sua limitata capacità di adattarsi per continuare a produrre vini fini ed eleganti, il Pinot noir sarebbe quello più colpito dai cambiamenti climatici».

Una lista di problemi che è anche una sfida per gli addetti ai lavori: «I siti più freschi di bassa collina potrebbero nel tempo beneficiare dell’incremento termico e candidarsi ad essere i più adatti per la coltivazione di questa varietà – dicono da Slow Food -. Si ridisegnerà di certo la “geografia del vino”, come già accaduto in passato. Ora nella Heathcote australiana al posto dei vitigni provenienti dalle regioni continentali europee si stanno introducendo varietà dell’Italia centro-meridionale, come il Montepulciano, il Nero d’Avola, il Sagrantino, l’Aglianico». (R.N.)

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