Una ripresa “ristretta”, come un brodino, che arriva a pochi e non riempie le pance. Pare sia questo che ci attende almeno per ora.

I benefici della risalita economica cominciano, infatti, a farsi sentire, con stime in rialzo per l’Italia a cui il Fondo monetario internazionale attribuisce una “ripresa più forte del previsto” (+1,3% del Pil nel 2017, ovvero 0,5 punti percentuali in più rispetto alle previsioni di aprile e contro un 1,9% dell’Eurozona).

Ma ad assaporare la variazione di menù che Christine Lagarde, direttrice del Fmi, definisce tecnicamente “una ripresa ben ancorata”, sono in pochi: una risicata minoranza, che è poi quella che “se magna er pollo in più” – per dirla con la famosa media statistica di Trilussa – mentre tutti gli altri arrancano. Basta leggersi un po’ di rapporti per trovare questo minimo denominator comune, che potremmo chiamare “del malcontento e della sfiducia” – o se preferiamo applicare categorie socio-economiche, “della povertà e della diseguaglianza” – per una crisi che per i più non passa.

“Il Pil lucano cresce di uno 0,6 ma la povertà galoppa al 41,5%”; “L’economia siciliana cresce più della media nazionale, ma le famiglie sono le ultime d’Italia per reddito”; “Barometro Cisl: Pil in crescita, ma peggiora il benessere delle famiglie”.

Sono solo alcuni dei tanti titoli di giornale che fotografano la tendenza, in atto in Italia più che altrove, a una ripresa “a più facce“, a seconda di come la si guardi. Dove alcuni rialzano la testa e molti altri rimangono schiacciati in basso essendosi assottigliata la classe media. E dove, comunque, la qualità della vita delle persone, di cui il reddito è una parte ma non il tutto, va indietro e non avanti, come mette in evidenza il Bes, l’indice del Benessere equo solidale che è in calo rispetto ai livelli di inizio 2016.

L’indice che va oltre le misure solo quantitative del Pil è stato inserito per la prima volta quest’anno dal governo, in forma ridotta (12 parametri) come allegato al Documento di programmazione economica (debutto sia in ambito Ue, sia tra i paesi del G7) ed è in fase di messa a punto. «Livello dei redditi, qualità del lavoro e coesione sociale – sottolinea il Barometro della Cisl – sono gli indicatori che hanno subito una maggiore flessione nella seconda parte del 2016 e nei primi mesi del 2017». Pil e Bes, insomma, sono divaricati e non si vede all’orizzonte una inversione di tendenza verso una più equa distribuzione della ricchezza e un riallineamento.

Il precipizio della povertà. Per comprendere la “polarizzazione” partiamo dalla fetta d’italiani che intanto sono precipitati in uno stato di povertà assoluta e sui quali il Pil scivola come acqua sul marmo. Ammontano a 4,7 milioni. Secondo i dati diffusi dall’‘Istat a luglio, in 11 anni sono triplicati e sono leggermente aumentati anche nel 2016, di 144 mila unità, rispetto al 2015.

Che siano i più giovani e i minori a pagare lo scotto della disoccupazione e dell’inoccupazione, trova conferma nelle statistiche che dal 2005, per queste due fasce di età, sono peggiorate più che per altre. I poveri sono triplicati passando tra i minori dal 3,9% al 12,5% e tra i giovani dal 3,1% al 10%, con un 35,4% di senza lavoro a fine luglio e un 20% di “sdraiati” (la media europea è dell’11%), che rimangono immobili senza cercare lavoro, né seguire corsi di formazione, né studiare per il proprio futuro (in gergo chiamati Neet). In pratica un ragazzo su cinque, tra i 15 e i 29 anni, è inattivo e grava sulla famiglia. È la “questione generazionale” . Che l’Istat, sulla base di dati decennali, riassume così: «I giovani sono il gruppo sociale più povero del nostro paese, solo chi ha più di 65 anni, cioè i pensionati, sta vedendo migliorata la propria situazione».

La povertà assoluta, lo ricordiamo, racchiude, per l’Istat, le persone che non sono in grado di acquistare beni e servizi per garantirsi “uno standard di vita minimamente accettabile”, e varia in base alle dimensioni della famiglia, all’età e al comune. La differenza maggiore col 2015 (dal 18,3% si passa al 26,8%) si osserva in particolare tra le famiglie con tre o più figli minori, il che esprime il peso della crisi e della mancanza di opportunità per i giovani.

Per far fronte a questi indici di povertà in aumento, il governo nel 2018 varerà il Reddito d’inclusione (Rei) – da 190 a un massimo di 485 euro a famiglia – che sostituirà il Sostegno all’inclusione attiva (Sia) con la promessa di raddoppiare le persone assistite. «Dai quasi 800 mila italiani di oggi – spiega il ministro del lavoro Giuliano Poletti –, lavoriamo per raggiungerne 2 milioni. Le risorse le abbiamo. Siamo però consapevoli che sostenendo il reddito le cose non andranno a posto da sole. Dobbiamo investire sul lavoro dei giovani, lavorare sulla formazione e sull’accompagnamento al lavoro, riformare la rete di supporto e orientamento».

Ricchezza vera e presunta  A trainare il lento cammino del Prodotto interno lordo sono le esportazioni. Siamo in presenza, comunque, di una ripresa “diseguale”, con alcuni settori, come industria manifatturiera e turismo, che crescono anche a doppia cifra, mentre altri sono in profonda crisi. «Possiamo riassumere dicendo che crescono i settori orientati alla domanda internazionale – dice il professor Enrico Giovannini, che insegna statistica economica a Roma– e restano indietro altri come le costruzioni e i consumi orientati sulla domanda interna. Abbiamo territori che vanno bene e altri no».

Insomma, una ripresa diseguale cui corrisponde una crescita anch’essa diseguale. Come dice Alessandro Picchioni, presidente di WoodPecker Capital, «la ripresa c’è ma c’è anche un fenomeno globale di concentrazione della ricchezza e l’Italia non fa eccezione. Molte famiglie faticano ad arrivare a fine mese e i consumi di massa soffrono».

A vedere il bicchiere mezzo pieno ci pensa il World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale. Il fattore più importante, spiega, è che i tre shock – la crisi finanziaria del 2007-2009, la crisi dell’eurozona del 2009-2013 e il crollo dei prezzi delle commodity del 2014-2015 – appartengono ormai al passato. E per la prima volta in dieci anni vi è sintonia nella crescita delle principali economie mondiali: dal 7,2% dell’India e 6,7% della Cina, al 3,1% della Spagna locomotiva d’Europa, al 2,1% degli Usa, mentre Russia e Brasile escono dalla recessione e il Pil mondiale viaggia sul 3,5%.

na ripresa “ristretta”, come un brodino, che arriva a pochi e non riempie le pance. Pare sia questo che ci attende almeno per ora.

I benefici della risalita economica cominciano, infatti, a farsi sentire, con stime in rialzo per l’Italia a cui il Fondo monetario internazionale attribuisce una “ripresa più forte del previsto” (+1,3% del Pil nel 2017, ovvero 0,5 punti percentuali in più rispetto alle previsioni di aprile e contro un 1,9% dell’Eurozona).

Ma ad assaporare la variazione di menù che Christine Lagarde, direttrice del Fmi, definisce tecnicamente “una ripresa ben ancorata”, sono in pochi: una risicata minoranza, che è poi quella che “se magna er pollo in più” – per dirla con la famosa media statistica di Trilussa – mentre tutti gli altri arrancano. Basta leggersi un po’ di rapporti per trovare questo minimo denominator comune, che potremmo chiamare “del malcontento e della sfiducia” – o se preferiamo applicare categorie socio-economiche, “della povertà e della diseguaglianza” – per una crisi che per i più non passa.

“Il Pil lucano cresce di uno 0,6 ma la povertà galoppa al 41,5%”; “L’economia siciliana cresce più della media nazionale, ma le famiglie sono le ultime d’Italia per reddito”; “Barometro Cisl: Pil in crescita, ma peggiora il benessere delle famiglie”.

Sono solo alcuni dei tanti titoli di giornale che fotografano la tendenza, in atto in Italia più che altrove, a una ripresa “a più facce“, a seconda di come la si guardi. Dove alcuni rialzano la testa e molti altri rimangono schiacciati in basso essendosi assottigliata la classe media. E dove, comunque, la qualità della vita delle persone, di cui il reddito è una parte ma non il tutto, va indietro e non avanti, come mette in evidenza il Bes, l’indice del Benessere equo solidale che è in calo rispetto ai livelli di inizio 2016.

L’indice che va oltre le misure solo quantitative del Pil è stato inserito per la prima volta quest’anno dal governo, in forma ridotta (12 parametri) come allegato al Documento di programmazione economica (debutto sia in ambito Ue, sia tra i paesi del G7) ed è in fase di messa a punto. «Livello dei redditi, qualità del lavoro e coesione sociale – sottolinea il Barometro della Cisl – sono gli indicatori che hanno subito una maggiore flessione nella seconda parte del 2016 e nei primi mesi del 2017». Pil e Bes, insomma, sono divaricati e non si vede all’orizzonte una inversione di tendenza verso una più equa distribuzione della ricchezza e un riallineamento.

Il precipizio della povertà Per comprendere la “polarizzazione” partiamo dalla fetta d’italiani che intanto sono precipitati in uno stato di povertà assoluta e sui quali il Pil scivola come acqua sul marmo. Ammontano a 4,7 milioni. Secondo i dati diffusi dall’‘Istat a luglio, in 11 anni sono triplicati e sono leggermente aumentati anche nel 2016, di 144 mila unità, rispetto al 2015.

Che siano i più giovani e i minori a pagare lo scotto della disoccupazione e dell’inoccupazione, trova conferma nelle statistiche che dal 2005, per queste due fasce di età, sono peggiorate più che per altre. I poveri sono triplicati passando tra i minori dal 3,9% al 12,5% e tra i giovani dal 3,1% al 10%, con un 35,4% di senza lavoro a fine luglio e un 20% di “sdraiati” (la media europea è dell’11%), che rimangono immobili senza cercare lavoro, né seguire corsi di formazione, né studiare per il proprio futuro (in gergo chiamati Neet). In pratica un ragazzo su cinque, tra i 15 e i 29 anni, è inattivo e grava sulla famiglia. È la “questione generazionale” . Che l’Istat, sulla base di dati decennali, riassume così: «I giovani sono il gruppo sociale più povero del nostro paese, solo chi ha più di 65 anni, cioè i pensionati, sta vedendo migliorata la propria situazione».

La povertà assoluta, lo ricordiamo, racchiude, per l’Istat, le persone che non sono in grado di acquistare beni e servizi per garantirsi “uno standard di vita minimamente accettabile”, e varia in base alle dimensioni della famiglia, all’età e al comune. La differenza maggiore col 2015 (dal 18,3% si passa al 26,8%) si osserva in particolare tra le famiglie con tre o più figli minori, il che esprime il peso della crisi e della mancanza di opportunità per i giovani.

Per far fronte a questi indici di povertà in aumento, il governo nel 2018 varerà il Reddito d’inclusione (Rei) – da 190 a un massimo di 485 euro a famiglia – che sostituirà il Sostegno all’inclusione attiva (Sia) con la promessa di raddoppiare le persone assistite. «Dai quasi 800 mila italiani di oggi – spiega il ministro del lavoro Giuliano Poletti –, lavoriamo per raggiungerne 2 milioni. Le risorse le abbiamo. Siamo però consapevoli che sostenendo il reddito le cose non andranno a posto da sole. Dobbiamo investire sul lavoro dei giovani, lavorare sulla formazione e sull’accompagnamento al lavoro, riformare la rete di supporto e orientamento».

Ricchezza vera e presunta A trainare il lento cammino del Prodotto interno lordo sono le esportazioni. Siamo in presenza, comunque, di una ripresa “diseguale”, con alcuni settori, come industria manifatturiera e turismo, che crescono anche a doppia cifra, mentre altri sono in profonda crisi. «Possiamo riassumere dicendo che crescono i settori orientati alla domanda internazionale – dice il professor Enrico Giovannini, che insegna statistica economica a Roma– e restano indietro altri come le costruzioni e i consumi orientati sulla domanda interna. Abbiamo territori che vanno bene e altri no».

Insomma, una ripresa diseguale cui corrisponde una crescita anch’essa diseguale. Come dice Alessandro Picchioni, presidente di WoodPecker Capital, «la ripresa c’è ma c’è anche un fenomeno globale di concentrazione della ricchezza e l’Italia non fa eccezione. Molte famiglie faticano ad arrivare a fine mese e i consumi di massa soffrono».

A vedere il bicchiere mezzo pieno ci pensa il World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale. Il fattore più importante, spiega, è che i tre shock – la crisi finanziaria del 2007-2009, la crisi dell’eurozona del 2009-2013 e il crollo dei prezzi delle commodity del 2014-2015 – appartengono ormai al passato. E per la prima volta in dieci anni vi è sintonia nella crescita delle principali economie mondiali: dal 7,2% dell’India e 6,7% della Cina, al 3,1% della Spagna locomotiva d’Europa, al 2,1% degli Usa, mentre Russia e Brasile escono dalla recessione e il Pil mondiale viaggia sul 3,5%.

Queste sono le stime internazionali anche se, dopo anni di ridimensionamento delle previsioni, un po’ di diffidenza c’è .E le diseguaglianze intanto non si riducono come chiederebbe l’Agenda 2030 dell’Onu e frenano esse stesse la crescita. Il 10% più ricco della popolazione nell’area Ocse – è stato ricordato al primo Festival italiano dello sviluppo sostenibile – ha un reddito medio disponibile che è 9½ volte quello del 10% più povero, mentre in Italia il divario – in forte crescita con la crisi – è pari a 11 volte. A livello mondiale, le disparità di reddito e di ricchezza sono più ampie e si associano a forti disuguaglianze nell’accesso a servizi fondamentali di qualità e alla guida e indirizzo delle imprese.

sono le stime internazionali anche se, dopo anni di ridimensionamento delle previsioni, un po’ di diffidenza c’è .E le diseguaglianze intanto non si riducono come chiederebbe l’Agenda 2030 dell’Onu e frenano esse stesse la crescita. Il 10% più ricco della popolazione nell’area Ocse – è stato ricordato al primo Festival italiano dello sviluppo sostenibile – ha un reddito medio disponibile che è 9½ volte quello del 10% più povero, mentre in Italia il divario – in forte crescita con la crisi – è pari a 11 volte. A livello mondiale, le disparità di reddito e di ricchezza sono più ampie e si associano a forti disuguaglianze nell’accesso a servizi fondamentali di qualità e alla guida e indirizzo delle imprese.

1 Commento

  1. che fate, come i ragazzi della scuola che mirano a riempire più fogli per far credere i aver fatto un buon tema? o come i giornalisti della radio che schioccano la lingua lodando “una lunga intervista” ! . . . ripetete le stesse frasi piu volte?

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