L’ultima tendenza della moda 2021 l’ha dettata lo smart working: i pantaloni della tuta portati sotto alla giacca. Una mise da minotauro contemporaneo, nata con le riunioni online. Ma qualunque sia il vostro stile, è arrivato il momento di affrontare il cambio di stagione. Un processo indispensabile per pulire a fondo gli armadi, riporre capi e biancheria pesanti, fare largo agli abiti della primavera in arrivo, riordinare. E anche un’occasione per riflettere su perché ci ritroviamo ogni anno sommersi di vestiti e su come gestire meglio il nostro guardaroba. Con un occhio a un altro cambio d’abito: del nostro stile di vita, dalla parte del pianeta.
Il primo passo è liberare gli armadi da tutto quello che non usiamo più. Un processo non così facile e che ci tocca intimamente, come spiega in queste pagine una delle maggiori esperte del ramo. A riempire a dismisura i nostri armadi sono spesso capi vecchi, che non usiamo o non ci piacciono più. Si stima che ogni cittadino europeo consumi ogni anno almeno 26 chili di tessuti e ne getti 11. Come mai?
Sul banco degli imputati c’è la moda usa e getta, la cosiddetta fast fashion. Fatta con tessuti di bassa qualità a prezzi stracciati, in una girandola di collezioni sempre nuove: abiti che si acquistano d’impulso e a cuor leggero, ma si rovinano, passano velocemente di moda e vengono gettati altrettanto presto. Uno spreco dall’impatto ambientale e sociale pesantissimo. Secondo il World Economic Forum, l’industria della moda è responsabile di almeno il 4% delle emissioni di gas serra del pianeta, ed è tra quelle che utilizzano più acqua e materie prime. Secondo il Parlamento Europeo si tratta invece del 10%: più del totale di tutti i voli internazionali e del trasporto marittimo messi insieme. Così la Ue ha aperto a gennaio la consultazione pubblica per la strategia europea per un’industria del tessile post-Covid19 sostenibile e circolare, chiamando industria e ricerca all’innovazione su prodotti pensati per durare più a lungo, essere riciclabili e realizzati con meno energia e impatto ambientale. Mentre l’Italia punta dal 2022 a gestire la raccolta differenziata dei rifiuti urbani anche per il tessile.

“Less is more”: meno è meglio L’anno scorso la pandemia ha causato il crollo del giro d’affari e i profitti del settore, che è uno dei più importanti del made in Italy, ma ha anche gettato semi positivi: un riesame critico dell’intera filiera e un nuovo atteggiamento di acquisto. L’indagine presentata da McKinsey all’apertura dell’ultima settimana della moda di New York, rileva che in tutto il mondo i consumatori si stanno orientando verso il “less is more” (meno è meglio). Cioè la scelta di meno capi (anche perché la pandemia ha fortemente ridotto le occasioni per indossarli), di migliore qualità, fatti per durare, spesso con una componente di fattura artigianale. E realizzati con più attenzione all’ambiente e alle condizioni di lavoro, punti debole di questa industria globalizzata in cui coltivazione e produzione delle fibre, design, manifattura e confezioni dei capi, marketing, distribuzione e infine smaltimento si dipanano ai quattro angoli del pianeta.

Abiti “verdi” di gran moda Della tendenza a preferire un armadio più “verde” si sono accorti tutti: dagli stilisti di alta moda alle catene del fast fashion, che ora propongono borse in pet riciclato e maglie di cachemere rigenerato, piumini ricondizionati, jeans in cotone ecologico, collezioni in fibre naturali e perfino filati sintetici che non si lavano. Ma a volte si tratta di operazioni di immagine che non garantiscono vera trasparenza e rispetto di standard di produzione etici.
In vista del Recovery Found, la Camera nazionale della moda ha annunciato che attiverà progetti dettagliati su sostenibilità ambientale e sociale, per assicurare un futuro specializzato e competitivo alle nuove generazioni della moda italiana. Per i consumatori, intanto, l’etichetta non è di grande aiuto. Indica solo le fibre di cui sono composti i capi. Taglie, istruzioni per la cura, paese di provenienza o garanzie sociali e ambientali sono opzionali. Anche per fregiarsi del titolo di prodotto “made in Italy” è sufficiente che alcune fasi di lavorazione siano fatte in Italia.

Verso il guardaroba sostenibile Come ripensare il nostro guardaroba in chiave sostenibile? «Prima di tutto scegliendo la qualità di capi che durano – raccomanda Cecilia Frajoli Gualdi, presidente dell’associazione Dress The Change, che promuove il consumo responsabile di abbigliamento e aderisce all’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile –. Quando possibile è bene anche orientarci su abiti usati oppure realizzati con filati riciclati o rigenerati, evitando in questo modo di produrne di nuovi e riducendo i rifiuti».
Usato e vintage sono di gran moda e fioriscono mercatini, siti e app per lo scambio e la compravendita di seconda mano, anche online. Se invece si sceglie un capo del tutto nuovo, tra i tessuti sono sempre da preferire quelli naturali, anche se il cotone (meglio se da coltivazione biologica) richiede notevoli quantitativi di acqua e prodotti chimici sia sui campi che in lavorazione.
Ci sono poi lana, seta, lino, canapa, juta, bambù e le fibre di origine vegetale come viscosa (o rayon), lyocell e modal. L’innovazione corre sul filo: sono in arrivo anche tessuti derivati da scarti naturali e nuove lavorazioni ecosostenibili. «I capi di tessuti misti o accoppiati sono i più difficili da riciclare – aggiunge l’esperta – mentre i sintetici come poliestere, acrilico e pile comportano un forte impiego di materie prime e energia e non sono biodegradabili. Inoltre, rilasciano microplastiche durante il lavaggio che finiscono in mare» (ne parla in queste pagine Luca Mercalli). Per ovviare, sono in commercio appositi sacchetti che dovrebbero catturare in lavatrice almeno i frammenti più grandi di fibre.
Per orientarsi sono d’aiuto le tante certificazioni internazionali su qualità delle materie prime, tracciabilità, impatto ambientale e rispetto dei lavoratori nelle filiere di produzione (tema su cui la trasparenza dei brand è molto minore). Un elenco completo è disponibile sul sito dressthechange.org. Le principali sono il Fairtrade Textile Standard e l’Oeko Tex: quest’ultimo (usato per i prodotti tessili Coop presenti soprattutto nell’intimo e nel tessile per la casa come asciugamani, lenzuola e biancheria) certifica lo svolgimento presso laboratori terzi di analisi per escludere la presenza di sostanze nocive nei prodotti.
Ancora, la campagna Abitipuliti punta a far luce sullo sfruttamento nascosto nei nostri armadi, con la collaborazione di 230 organizzazioni in 22 paesi, con un motore di ricerca che mette a nudo buone e cattive pratiche nel settore. Sempre online, si può scoprire anche se la propria griffe preferita opera correttamente in Bangladesh: dopo le 1.129 vittime del disastro di Rana Plaza, un libero accordo ha unito chi vuole assicurare ai lavoratori di questo paese di operare al sicuro da crolli e incendi (motore di ricerca nell’area risorse del sito bangladeshaccord.org).

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