A guardare la situazione italiana in tema di mobilità sostenibile non si sa se rallegrarsi o rattristarsi.  Rattristarsi per il ritardo colossale che scontiamo rispetto a altri paesi o rallegrarsi per i grandi margini di miglioramento che abbiamo innanzi a noi. È una questione di approccio. Da una parte il lamento trito e contrito di chi continua a puntare il dito contro tutto quello che manca – ciclabili, sicurezza, servizi pubblici adeguati – dall’altra l’approccio concreto e proattivo di chi al mattino si interroga di fronte all’alternativa da cui dipende la vivibilità delle città: prendo l’auto, il mezzo pubblico o la bicicletta? Favorisco la congestione o fluidifico il traffico?

Nel nostro Paese abbiamo la più alta concentrazione di automobili d’Europa, tra l’altro in crescita costante dal 2013.  Stando all’ultimo Rapporto sulla Mobilità in Italia presentato da Isfort (Istituto Superiore di Formazione e Ricerca per i Trasporti) lo scorso aprile, oggi ci sono in Italia 624 auto ogni 1.000 abitanti a fronte di un tasso medio Europeo di 490.

Il che vuol dire, in un Paese come il nostro abitato da 60 milioni di persone, che abbiamo oltre 8 milioni di auto in più nelle nostre strade, che occupano una superficie pari a quella di 9.000 campi di calcio. Più della superficie dell’Umbria, per capirsi.

Un consumo di suolo urbano altissimo, ma soprattutto costi sociali che impattano sulla produttività del sistema Paese e sulla vivibilità delle nostre città sempre più ingolfate.

Le auto da tempo sono l’emblema delle nostre città. Lo skyline che le accomuna tutte. Perché sono dappertutto, sui marciapiedi in fila e in doppia fila, ma soprattutto in coda. Lunghissime code che rubano fette di vita a chi ogni giorno deve spostarsi per studio o per lavoro. Il tempo che un cittadino europeo mediamente passa in auto nel corso della vita è di 4 anni e un mese che ovviamente sale a 5 anni e 7 mesi per un italiano. È quello che dice una ricerca dell’anno scorso condotta da Csa Research un noto istituto di ricerca francese.

Nonostante il principio che lo spazio pubblico è di tutti, e non un diritto compreso nel prezzo d’acquisto dell’auto spuntato dal concessionario, risalga agli anni 90 l’auto oggi ha espropriato il cittadino di gran parte dei suoi spazi urbani impadronendosi di fatto delle città.

«Da 15 anni, la situazione della mobilità in Italia è la stessa, con piccoli scostamenti che non sembrano intaccare il monopolio dell’auto privata» dice Carlo Carminucci direttore di Isfort. In un Paese come il nostro fatto in gran parte di piccoli centri «la dispersione urbana ha favorito l’uso dell’auto e cristallizzato abitudini. E quando il treno del cambiamento è passato, non siamo stati capaci di prenderlo al volo».

«Nel corso dell’ultimo decennio, nel nostro Paese si è persa un’occasione storica per spostare quote importanti di traffico dall’auto privata alle altre forme di mobilità attiva e sostenibile: il trasporto pubblico, la ciclabilità, la pedonalità» dice Giulietta Pagliaccio, presidente di Fiab la Federazione Italiana Amici della Bicicletta che ricorda la crisi del settore auto iniziata nel 2008 e il calo delle immatricolazioni, superiore al milione di unità, avvenuto in pochi anni. Sono gli anni del sorpasso della vendita di biciclette rispetto a quella delle auto.

Sono anni in cui il monopolio della mobilità fondata sull’uso dell’auto privata comincia a scricchiolare sulla spinta di una crisi mondiale e di un costo dei carburanti in crescita, che in Italia abbatte le vendite di auto del 48% per toccare il momento più basso nel 2013.  In quegli anni gli italiani sono pronti ad abbracciare la “Nuova mobilità” per rimpolpare le fila delle tre p della mobilità sostenibile: pedoni, pedalatori, pendolari.

Sono anni in cui 3 italiani su 4, dichiarano di voler incrementare l’uso dei mezzi pubblici, mentre quasi il 30% vuole aumentare l’uso della bici.

Ma le priorità sono altre e in mancanza di investimenti nella mobilità ciclistica e nel trasporto pubblico, l’occasione sfuma e la “dittatura delle abitudini” riprende il sopravvento.

Oggi mentre la vendita delle auto risale la china con progressioni a doppia cifra, qualcosa di nuovo comincia a maturare e in un mondo liquido, per dirla con l’arcinota espressione di Bauman, anche la mobilità comincia a diluirsi.

Affiorano così nuovi stili di vita e un certo orgoglio “car free”. Si tratta di persone che non hanno mai posseduto un’auto e talvolta neppure la patente di guida, (vedi intervista a Bruno Pizzul) o che a un certo punto della loro vita hanno deciso di rottamare le quattro ruote di proprietà per cercare un giusto mix nell’offerta di mobilità quotidiana. Sono persone come Linda Maggiori blogger e animatrice del gruppo facebook Famiglie senz’auto. Linda che è mamma di tre bimbi di 8, 6 anni e 2 anni e mezzo vive con suo marito senz’auto da quasi 5 anni, dopo averla distrutta nel corso di un brutto incidente da cui sono usciti fortunatamente incolumi.

E poi c’è l’impatto della sharing mobility la mobilità basata sulla condivisione, dove Milano è capitale di rango europeo con la sua dotazione di auto e bici condivise, anche nella versione elettrica, che consentono di effettuare in modo nuovo circa il 3% degli spostamenti quotidiani del capoluogo lombardo.

Oltre al car sharing, sempre più diffuso è anche il noleggio di lungo periodo delle vetture, una forma su cui anche Coop in diverse regioni ha già avviato convenzioni con operatori privati a vantaggio dei propri soci.

È ancora una nicchia, ma come si diceva all’inizio, con grandi margini di miglioramento che saranno favoriti dalla riduzione progressiva delle tariffe. I segnali si vedono già dice Massimo Ciuffini   Coordinatore tecnico dell’Osservatorio Sharing Mobility: «da una recente ricerca risulta infatti che oltre il 35% dei nuclei famigliari di Milano non possiede autovetture, mentre solo il 15% dispone di due o più auto».

Ma il vero grande pilastro ancora inespresso della mobilità italiana rimane la bicicletta ribadisce Giulietta Pagliaccio che ricorda come da tempo circa il 50% degli spostamenti quotidiani degli italiani sono entro i 5 km quindi a portata di due ruote.

Per i tragitti più lunghi niente paura, perché la protagonista emergente è la bici a pedalata assistita che ha fatto registrare vendite in crescita del 78% rispetto all’anno scorso e che è pronta a diventare la protagonista assoluta della mobilità urbana dei prossimi anni.

«Con la e-bike – dice Piero Nigrelli, direttore generale di Ancma – assistiamo a un cambiamento epocale. La bici si trasforma e diventa sempre più elettrica facendo dimenticare la fatica e disgregando così un alibi antico».

In un regime di scarsità di risorse che mette in affanno il trasporto pubblico, la leggerezza degli investimenti richiesti per favorire gli spostamenti in bicicletta, può realmente diventare il fattore vincente in grado di riqualificare le città. Tanto più se la si valorizzerà combinandola con altre modalità di trasporto o con servizi, sempre più richiesti, come i parcheggi custoditi nelle velostazioni che stanno nascendo in varie parti d’Italia.

Stando all’ultimo rapporto A Bi Ci di Legambiente, presentato il 5 maggio scorso, il giro d’affari annuo tra produzione di bici, accessori e ciclo-vacanze, è di 6,2 miliardi. Una rilevanza economica che ha trainato anche l’attenzione della politica che quest’anno ha inserito nel Def 2017 (Documento Economico e Finanziario) un  allegato del Ministero dei Trasporti che per la prima volta nella storia d’Italia «ha fatto entrare la ciclabilità nel Piano nazionale delle infrastrutture e della mobilità indicando un cambio di cultura fondamentale» ha detto il Ministro Graziano Del Rio di recente. E se questo è il clima perché aspettare: compratevi una bicicletta! Adesso.

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