Come sarà questo anno scolastico? Cosa dobbiamo attenderci in generale per la scuola e l’università italiane? Lo abbiamo chiesto al professore Patrizio Bianchi, cattedra Unesco in Educazione, crescita e uguaglianza all’Università di Ferrara, nonché coordinatore della commissione di esperti del ministero dell’istruzione.

Professore, secondo lei il Paese ha capito che la scuola è forse l’unico antidoto alla diseguaglianza e alla crescita sociale e civile dei suoi cittadini?  C’è stata una presa di attenzione della rilevanza della scuola come fattore di uguaglianza e di crescita per un paese. Ma ho l’impressione che avendo enfatizzato molto il concetto dell’emergenza, oggi la richiesta è “si ritorni come prima”. Invece bisognerebbe pensare che comunque il “prima” non è più adeguato a un’epoca come la nostra. L’enfatizzazione su tutta la parte meccanica della ripresa, cioè su metri di distanziamento, mascherine, spazi, è giustissima, ma bisogna anche soffermarsi su quello che la scuola vuol dire come fattore di crescita. La pandemia ha messo in evidenza che cosa vuol dire mancanza di scuola, e dunque ci dà anche la straordinaria opportunità di ripensare che la scuola nel nostro secolo deve essere la via per permettere ai ragazzi di utilizzare al meglio e con coscienza gli strumenti per comprendere di più un mondo complicato. E per creare un forte senso di comunità tra eguali.

Eppure si farà fatica a uscire dall’emergenza, i mesi estivi sono trascorsi tra le polemiche… Un paese che continua a parlare di emergenza non va avanti. Bisogna andare oltre, e  trasformare quello che è avvenuto in una occasione di crescita civile. Il problema è che il nostro paese, anche prima del virus, era  un paese che non cresceva abbastanza, cioè con una crescita così bassa, dello 0,3% che indicava che metà del paese era già sotto. E che dire dei tassi di abbandono scolastico?  Alcune regioni, in particolare l’Emilia-Romagna, sono allineate all’Europa, ma nelle regioni del sud il tasso di abbandono raggiunge praticamente il 30%, il che vuol dire che un ragazzo su tre non va più a scuola. Siamo un paese che per anni non ha investito sulla scuola. Un paese che quando si dice “autonomia” non ha capito cosa vuol dire, ed è contro quell’idea di responsabilità che sta alla base dell’autonomia, e cioè contro i patti educativi di comunità che abbiamo proposto al governo. Eppure molti presidi, in situazioni di straordinaria difficoltà, nei mesi scorsi, hanno dimostrato che è possibile stabilire una regola nazionale, ovvere delle linee guida, ma poi occorre lasciare ai dirigenti scolastici, alle comunità la responsabilità di riuscire ad applicarle al meglio. Noi dobbiamo puntare dunque su un paese che vuole uscire da questa crisi con più democrazia e partecipazione. E ovviamente servono anche risorse adeguate.

Cosa intende precisamente quando parla di patti educativi di comunità? I patti di comunità sono uno un scambio continuo e non casuale tra un territorio e la scuola. Uno scambio che non è semplicemente portare i bambini al museo, ad esempio. È riuscire ad avere con il territorio una contiguità stabile, coi musei, certo, ma anche con le imprese. Insomma tutto deve diventare un patrimonio educativo. Ci hanno chiesto, a proposito del rapporto finale  che abbiamo consegnato al governo a metà luglio: che cosa c’è di nuovo? Noi abbiamo risposto che non c’è niente di nuovo, c’è solo l’obbligo di portare coerentemente fino in fondo quello che si è cominciato, perché  nella scuola si cominciano tante riforme che poi non si portano a termine. E l’idea più importante che dobbiamo portare a termine è quella della scuola come luogo di uguaglianza e di crescita.

Come sarà questo anno scolastico? Tutto l’anno dovrà essere un anno costituente. Cioè non solo di recupero ma di avanzamento. Tutto l’anno deve essere un anno in cui si ripensa profondamente e positivamente alla scuola. Il problema, ad esempio, non sono le mascherine, ma educare i nostri bambini al fatto che la mascherina è un segno di rispetto nei confronti degli altri e di se stessi, è uno strumento che serve per la vita sociale che va riconquistata. Bisogna inventarsi una pedagogia della crisi, perché i bambini vivranno altre crisi, vivranno altri lutti: per questo dovrà essere un anno costituente nel senso di ripensare a cosa serve la scuola. La scuola serve per fare uguaglianza. Oggi c’è un malessere sociale che solo in parte è colpa del virus, perché il virus ha semplicemente messo in evidenza dei problemi che c’erano anche prima e che vanno affrontati. La dispersione scolastica, ad esempio. Diciamocelo francamente: la dispersione scolastica non è causata dall’assenza di copertura di rete.

Professore, durante l’emergenza le famiglie  hanno un grande ruolo nel sostenere da casa la didattica delle scuole. Cosa chiede oggi la scuola a queste famiglie? Che continuino ad essere protagoniste. L’autonomia scolastica si giustifica solo se le famiglie ne fanno parte. Purtroppo oggi assistiamo più che altro a famiglie che sono antagoniste della scuola. Ma la scuola in territorio funziona solo se le famiglie partecipano a questa autonomia. Il mio auspicio è che le famiglie tornino ad occuparsi della scuola, e a chiedere che la scuola dei loro figli sia una buona scuola per questa epoca. Non può essere la scuola di 30, 40 anni fa: il che non vuol dire rinunciare ai programmi, che sono importanti, però devono essere calibrati e messi in relazione con le esigenze di oggi.

Un tempo scuola prolungato potrebbe essere un antidoto alle dispersione scolastica, anche per restituire ai ragazzi il tempo che è stato loro tolto? Dipende da cosa ci mettiamo dentro, in questo tempo. La scuola non è un badantato, che è una funzione anche importante, si badi bene, ma non è questo il punto. Se noi potessimo riempire il tempo dei bambini di informatica, musica, vita sociale ed educazione alla vita collettiva, alla Costituzione, allo sport come fisicità, avremmo fatto un’operazione meritoria. Insomma, bisogna che in quelle ore in più ci sia un contenuto educativo, non semplicemente il tenere inchiodato un bambino al suo banco.

Anche nelle Università si potrebbe verificare un forte calo degli iscritti… Il problema dell’università non è la didattica a distanza o in presenza. Se si ripristinasse l’idea che l’università sia uno strumento fondamentale per la crescita delle persone e per la loro affermazione nel lavoro, certamente non ci sarebbe calo degli iscritti.

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