Semmai ci fossero stati dubbi, stiamo sperimentando quali effetti produca nel carrello della spesa la guerra scoppiata dentro l’Europa. «Temiamo un impatto molto significativo sui consumatori», dice Marco Pedroni, presidente di Coop Italia e Ancc-Coop, allarmato per l’aumento dei costi di produzione della filiera agroalimentare che si riversa sui prezzi al dettaglio: «Venivamo già da una fase di forte inflazione – spiega – che questa guerra sta alimentando e facendo esplodere, fino al rischio di qualche mancanza di materie prime». Una tempesta perfetta, è stato più volte scritto. L’inflazione in Italia era già del 5,7% annuo, secondo l’Istat, e ora c’è l’aggravante della guerra.

Nella migliore delle ipotesi, durante un conflitto armato si genera un effetto domino che è all’origine di rincari, speculazioni e scarsità di alcuni prodotti. Questo vale nell’agroalimentare anche per Paesi, come l’Italia, che con l’Ucraina e la Russia hanno tradizionalmente importanti scambi commerciali, ma non tali da dipendere strettamente, ad esempio, per le scorte di grano duro, grano tenero e mais, i tre principali beni importati dai territori di guerra. Un po’ peggio va per l’olio di semi di girasole, che detiene quote maggiori di importazione. A rischio rincaro per l’aumento dei prezzi energetici sono altri prodotti, ad esempio i latticini, che hanno bisogno di energia per i processi di trasformazione, lo zucchero o le uova, per la necessità di riscaldare i capannoni dove vivono le galline. Poi c’è la carta: non solo fazzoletti, carta igienica e da cucina, ma anche quella usata per le confezioni.

Alla Coop ancora “Prezzi protetti” A tutela dei soci, Coop ha deciso di prorogare fino a tutto aprile l’iniziativa “Prezzi protetti” che blocca i listini di oltre duecento prodotti a marchio Coop senza scontare i rincari delle ultime settimane. «Stiamo cercando di aprire nuovi mercati per le materie prime per i fornitori di prodotti a marchio – spiega Maura Latini, amministratrice delegata di Coop Italia – sia dal punto di vista geografico che della tipologia dei prodotti, ma non sarà né facile né immediato, perché il mercato libero ha fatto salire ovunque i prezzi. Continueremo a investire sulle produzioni italiane, puntando al giusto equilibrio tra le necessità dei produttori, stretti nella morsa dei rincari, e il diritto di soci e clienti, ultimo anello della catena, a non pagare l’intero costo del carovita». L’Italia però non potrà mai essere del tutto autosufficiente: «Pensare all’autarchia è un’utopia ed è antistorico, anche perché le materie prime importate non servono per sfamare il nostro Paese, ma per trasformare tutti quei prodotti che contribuiscono al mercato d’esportazione, offrendo lavoro a tante persone».

Dunque, oltre a rifiutare la guerra ed esprimere solidarietà alle popolazioni colpite, Coop con l’intero settore del largo consumo sta chiedendo al governo l’azzeramento degli oneri sull’energia per tutto il 2022 e l’abbassamento dell’Iva sui beni di largo consumo, fondamentali nel “carrello della spesa” delle famiglie italiane.

Anche l’ambiente ne risente A livello europeo, intanto, l’imperativo è diventato evitare tensioni sul fronte dell’approvvigionamento e riorientare le politiche nel medio periodo, a scapito anche dei piani ambientali. «Il tema dell’autonomia alimentare torna ad essere strategico», dice Paolo de Castro, membro della commissione Agricoltura nel Parlamento Ue. De Castro ha chiesto alla Commisione, tra le misure emergenziali, di sospendere temporaneamente i vincoli sulle superfici agricole a riposo: aree ad alto valore ambientale che tornano, in parte, in gioco per aumentare la produttività. Di queste superfici, circa 200 mila ettari sarebbero da rimettere a coltura solo in Italia. Anche l’ecosostenibilità, ha fatto notare Romano Prodi, è tra le vittime della guerra, così come la giustizia e la lotta alle diseguaglianze.

Sotto stress è finito inoltre il comparto zootecnia per via dei mangimi a base di mais. Ma «sono pochi i settori che rimarranno totalmente immuni dall’influenza della guerra», mette in guardia Fabio Del Bravo, responsabile direzione Servizi sviluppo rurarle di Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare). Il quale dice: non è corretto parlare di “granaio d’Europa” per questa parte del continente sotto le bombe, e nemmeno per la Russia. «Gran parte dei cereali prodotti in quest’area prende la via di Paesi extraeuropei, con l’eccezione del mais».

C’è poi, ultima non ultima, la grande rilevanza del Paese di Putin nel mercato dei fertilizzanti. È il primo esportatore a livello globale con 6,1 miliardi di euro nel 2020 (13% del totale export). E senza fertilizzanti la resa dei campi si riduce di parecchio. L’Italia, tuttavia, risulta solo quarantottesima, con poco più di 24 milioni di euro acquistati nel 2020 (il 5% circa degli acquisti nazionali). Ciò non basta però a rassicurare sui raccolti.

Mais e grano da oltreconfine Il conflitto si è inserito in un contesto di tensioni sui mercati dei cereali come non si vedeva dal 2007-2008. Tensioni innescate da fattori di tipo congiunturale, geopolitico e non ultimo speculativo – spiega Ismea –, perché grano e mais vengono quotati a Parigi e Chicago e gli speculatori in simili contesti si scatenano. L’Italia è vulnerabile per l’alto grado di dipendenza dall’estero proprio di questi beni: arrivano da oltreconfine circa il 55% del mais, il 35% del grano tenero e il 60% di quello duro. Da qui l’esposizione alle turbolenze dei mercati.

Direttamente dall’Ucraina, acquistiamo mais per una quota attorno al 13%, in volume delle forniture provenienti dall’estero (dati 2020) e per il frumento tenero la percentuale è ancora più bassa, circa il 5%. I listini in tutto il mondo erano già in crescita (+6%) nel 2021 per la forte domanda cinese. Il mais, lo ricordiamo, è fondamentale per l’alimentazione dei bovini soprattutto da latte e da carne, degli avicoli e in parte dei suini. L’incremento dei costi dei mangimi, sommato al salasso energetico, pesa dunque sui prezzi della carne.

E veniamo ora al frumento. Il mercato mondiale è costituito per il 95% da grano tenero, il più esposto ai fenomeni speculativi essendo quotato sui mercati dei futures. Speculazioni accentuate, anche qui, dalla guerra. La fiammata dei prezzi, tuttavia, si era già verificata negli ultimi mesi. Russia e Ucraina ne sono due esportatori di rilievo. Le destinazioni, però, sono Paesi molto lontani da noi: ai primi posti Egitto, Turchia, Bangladesh, Marocco e Tunisia. L’Italia ha un ruolo marginale e l’Ucraina è solo settima tra i fornitori. Meno rilevante è il ruolo della Russia, con l’1% del valore di frumento importato dall’Italia nel 2020. «Un impatto dunque minuscolo sui nostri consumi – sottolinea Del Bravo – ma è chiaro che si è innescato un processo mondiale, se da un lato viene meno il frumento di Russia e Ucraina e dall’altro l’Ungheria, che è il nostro principale fornitore, chiude le frontiere per garantirsi la sicurezza alimentare».

Infine c’è il grano duro, un mercato piccolo a livello mondiale, utilizzato nell’area del Mediterraneo essenzialmente per pasta e cous cous. Qui lo squilibrio tra domanda e offerta è determinato dal calo della produzione mondiale che è stato, nel 2021, del 9,1% sul 2020, e per l’assottigliamento delle scorte globali (-24,5%). All’origine c’è il crollo di quasi il 60% dei raccolti in Canada, provocato dall’eccezionale periodo di siccità. E si torna alla “casella” dell’ambiente.

A caccia di olio di girasole  Il girasole è il fiore nazionale dell’Ucraina e fin dal giorno dell’invasione russa è diventato un simbolo di solidarietà. Con l’attuale andamento dei consumi, entro aprile le scorte di olio di semi sarebbero destinate ad esaurirsi: è l’allarme che viene da Assitol, l’Associazione Italiana dell’Industria Olearia, accompagnato da fenomeni di accaparramento e limiti all’acquisto nei negozi.

L’Italia è in effetti fortemente dipendente da Kiev, che detiene il 75% dell’export mondiale. L’olio di semi viene usato per la frittura sì, ma è ingrediente per le salse, per i sottoli, per le creme spalmabili e per molte altre preparazioni industriali. Oltre il 60 per cento lo acquistavamo dall’Ucraina, trend in crescita dopo lo stop all’olio di palma.

Maura Latini spiega che tra i timori che fanno salire i prezzi e mettere dei limiti agli acquisti «è che il prossimo anno ci sia un raccolto parziale, visto che i campi in Ucraina sono stati abbandonati in un momento, l’attuale, in cui necessitavano di essere concimati e curati. Adesso – aggiunge – non c’è nessuno che lo fa, perché le persone stanno combattendo, anche su quegli stessi campi. Se anche la guerra finisse oggi (21 marzo, ndr), non avremmo nessuna sicurezza di poter disporre di un raccolto integro nei mesi successivi».

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