“La giovane donna che è davanti a me con una bambina nel passeggino solleva la testa, sorride. Si china sulla piccola: «Guarda le luci, amore mio!»”. Questa frase, sussurrata sotto le luminarie di Natale in un centro commerciale, dà il titolo all’ultimo libro di Annie Ernaux tradotto in italiano: il diario di un anno vissuto frequentando le corsie di un ipermercato, specchio della vita, dei pensieri e dei sentimenti propri e di altre migliaia di persone che, con la lista della spesa in mano, si svelano in uno dei luoghi chiave della nostra esistenza collettiva. Momenti di vita quotidiana che difficilmente trovano spazio nelle pagine della grande letteratura, riflessioni e memorie che illuminano il presente e sono valsi a Annie Ernaux il premio Nobel per la letteratura 2022.

A 82 anni, la scrittrice francese conserva i tratti delicati e la lucidità della sua giovinezza, ora consegnati a “Les années super8”, il film realizzato con il figlio David Ernaux-Briot che raccoglie gli spezzoni di filmini familiari girati tra il 1972 e il 1981. Frammenti di vita e di storia che sono stati presentati a Roma e, poi, a Bologna dal festival Archivio Aperto dell’Associazione Home Movies.  Il film, di cui Annie Ernaux è la voce narrante, è una trasposizione in pellicola della scrittura essenziale e potente che è la sua cifra: quel “coraggio e l’acume clinico – si legge nella motivazione del premio conferito dall’Accademia di Svezia – con cui ha svelato le radici, le rimozioni e i limiti collettivi della memoria personale”.

Sposata, insegnante e madre di due bambini, Ernaux ha vissuto tutto, forse troppo, attraversando molte vite e riuscendo ad affrancarsi dalle proprie origini umili, sentite con vergogna ma mai rinnegate, facendone anzi le proprie solide radici. La letteratura è stata per lei uno strumento di emancipazione per trasformare la propria esistenza e il mondo: “Scriverò per vendicare la mia razza” è la frase-manifesto che tracciò da ragazza nel suo diario.

«Vengo da una genealogia materna potente – spiega Annie Ernaux –. Mia nonna rimase vedova giovanissima e con sei figli. Li ha cresciuti con un’educazione molto dura. Mia madre era capace di tenerle testa, andò a lavorare a 12 anni prima in una fabbrica di margarina, poi di cordame, dove conobbe mio padre e insieme decisero di aprire un piccolo emporio. Non ha studiato ma leggeva sempre, di tutto, e mi ha permesso di avere un’infanzia diversa: studiare non era una cosa per noi, per la nostra classe sociale. Lei invece non solo non me lo ha impedito ma mi ha spronato. Non voleva che facessi le faccende di casa o che cucinassi, li considerava compiti inferiori al lavoro dello spirito. Avrai tempo per farlo, diceva. Nutriva persino disprezzo per le casalinghe: le definiva inutili, criticava il fatto che le donne dovessero svolgere lavori domestici. È questo che mi ha portato dove sono oggi».

È stata definita una transfuga dalla propria classe sociale, eppure proprio il supermercato – uno dei luoghi del lavoro e della vita femminile – è tra le ambientazioni che ricorrono nelle sue opere: “In nessun altro spazio, pubblico o privato che sia – scrive ancora in “Guarda le luci, amore mio” – agiscono e convivono individui tanto differenti per età, reddito, cultura, origine geografica ed etnica, stile di abbigliamento”.

«La mia riflessione su questi luoghi è iniziata negli anni ‘70 – racconta – quando supermercati e ipermercati hanno iniziato a diffondersi nelle città. Come tutti facevo la spesa e mi dicevo: come è possibile che non ci siano libri su questo? O forse me ne sono interessata anche per ragioni personali: i miei genitori gestivano una bottega. Tutt’oggi, a risvegliare la mia esperienza di dominata è osservare quello che vedo nel mondo intorno a me: nel supermercato, nella metro, nel centro di Parigi mi colpiscono gesti e modi di parlare che conosco. So cos’è il lavoro duro, lo riconosco ad esempio nelle cassiere, quando vado a fare la spesa, e provo un sentimento di fratellanza. Ma questi momenti di riconoscimento provocano in me anche collera e rabbia. La società assegna a ognuno di noi un posto da cui puoi uscire, ma non troppo. Bisogna restare legati a quella collocazione sociale».

L’educazione ricevuta dalla madre si è tradotta in un impegno durato tutta la vita per farsi portavoce dei diritti e dei bisogni delle donne, degli esclusi e dei poveri, anche se si è scontrata con i ruoli voluti dalla società anche per lei: «Non ero pronta a essere dominata – continua – e me ne sono accorta presto, nei miei rapporti con le ragazze e anche con gli uomini. Il movimento “Me Too” ha avuto fra l’altro il merito di mettere in luce una reinterpretazione delle virilità: bisogna essere molto attenti all’educazione di bambini e bambine e partire da subito, dall’asilo o anche prima, per cercare di ribaltare tendenze millenarie».

Negli anni ’70 non si era consapevoli dell’impatto sull’ambiente dei nostri stili di vita, ammette il premio Nobel nel film. Ma poche settimane fa Ernaux è scesa in piazza a Parigi per protestare contro il carovita e l’immobilismo sulla crisi climatica: «In decenni di liberismo economico – afferma – siamo arrivati al totale sfruttamento della terra nel modo più violento: l’uomo si pone come il padrone del mondo, che sfrutta per il guadagno. Mi sento vicina a una visione femminista ed ecologista che ha elaborato l’idea che la terra sia stata sfruttata come il corpo di una donna. Quindi sì, ho manifestato con un movimento che tiene insieme due istanze: il rispetto per il popolo, per la gente, e quello per l’ambiente non possono essere dissociati». Quel popolo di cui si sente ancora pienamente parte, dal momento che la sua è stata “una vita sottomessa alla necessità”.

Ora, in un momento storico in cui l’ascensore sociale è bloccato e per molti emanciparsi dalla povertà e dalla marginalità sembra un’impresa impossibile, c’è ancora una strada che secondo Annie Ernaux ciascuno di noi può percorrere: la lotta politica.

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