Aiuto, mi si sono esplosi i ragazzi! Parafrasando il famoso film, ci siamo trovati a casa, dopo più di un anno di emergenza sanitaria, bambini e adolescenti con una taglia in più al girovita e un sorriso in meno sotto la mascherina.
Spariti per mesi dai riflettori, citati quasi soltanto per la scuola a distanza, la movida e gli assembramenti, eccoli qua, quasi dieci milioni di minori (9,6 per l’esattezza), appesantiti molti di loro dalla troppa inattività fisica e dall’alimentazione sregolata: in Dad o sul divano, più tristi e irritabili quando non depressi, costretti dalla pandemia ad adattarsi a una situazione di “isolamento sfiduciato”, cioè a tenersi lontani dal branco che li aiuta a crescere.
A concordare su questa fotografia, ovvero sui danni di una condizione innaturale protrattasi nel tempo per una fascia di età che richiederebbe, al contrario, movimento e riconoscimento sociale, sono educatori, pediatri, pedagogisti, psicologi e nutrizionisti (oltre ai genitori che il problema ce lo hanno a casa), che lanciano l’allarme giovani alla luce dei risultati delle ultime ricerche. Ciò che se ne ricava è che corpo e mente, uniti più che mai dal virus, sono in grave sofferenza in questa successione di ondate che hanno messo in crisi tutti, ma i minori più di tutti. Otto milioni e mezzo sono rimasti a casa da scuola in questi mesi (dati precedenti le chiusure di marzo e aprile), e oltre alla povertà educativa hanno accumulato chili di troppo e stress, fattori su cui il digitale ha potuto far poco.
A pagare il dazio maggiore, facile intuirlo, sono stati i soggetti in età evolutiva più fragili, un milione in Italia, con patologie croniche, rare o psichiatriche, i quali non si sono potuti avvalere “neanche della già carente rete assistenziale”, come scrive la Società Italiana di Pediatria in una lettera aperta a Mario Draghi in cui si chiede l’introduzione dell’educazione sanitaria come materia d’insegnamento a scuola.

Il sovrappeso della pandemia Ma partiamo dalla bilancia, che c’è in tutte le case e segna impietosamente i chili, anche perché le mense scolastiche, chiuse, non hanno più fornito pasti controllati. Per il sovrappeso infantile già si parlava, e non da ora, di “epidemia”. Ne sono interessati il 20,4% dei bambini in età scolare, mentre gli obesi sono il 9,4%, tra i quali i gravemente obesi rappresentano il 2,4%, stando ai dati più recenti dell’Istituto superiore di sanità. Dati che, nel 2019, evidenziavano qualche miglioramento, pur restando l’Italia uno dei paesi europei con i valori più alti di eccesso ponderale.
Se poi allarghiamo lo sguardo al pianeta, vediamo che i bambini obesi sono aumentati di 11 volte in 40 anni. Il rapporto “A Future for the World’s Children?”, diffuso a febbraio 2020 da una commissione di oltre 40 esperti nominata da Oms, Unicef e dalla rivista “The Lancet”, calcola che i bambini extralarge sono “lievitati” dagli 11 milioni del 1975 ai 124 milioni del 2016. Un fenomeno inarrestabile: le previsioni entro il 2030 sono di una crescita del 60% in età infantile di un problema che compromette, oltre alla salute fisica, anche l’emotività e la socialità dei nostri ragazzi. Grandi imputati il marketing commerciale e l’invasione del cibo spazzatura. Ma eravamo, fino a un anno fa, nell’era pre-Covid, mentre oggi siamo «ai livelli più alti della storia», per citare Henrietta Fore, direttore di Unicef, e non è tutta colpa del cibo-Frankenstein.

Coviobesità, un mix esplosivo Oggi, con il Covid, si è arrivati a parlare di “coviobesity“, cioè di “coviobesità” che è la sommatoria di alimentazione sregolata e calo dell’attività fisica dovuta a lockdown e restrizioni. Da noi, non lo dimentichiamo, le palestre e le piscine sono rimaste sempre chiuse con qualunque Dpcm, per tutti ad eccezione che per gli agonisti, e i campi all’aperto praticabili solo per allenamenti non di contatto. Obiettivo: contenere il più possibile la pandemia. C0n l’azzeramento del tasso agonistico, però, anche il consumo energetico è sceso ai minimi e dello sport e dei suoi benefici, diciamoci la verità, è rimasto ben poco.
Ciò che si può fare è legato alla buona volontà del singolo, che ripiega sulle app del fitness. Ma le motivazioni, per un giovane, sono ancora più difficili da avere e da mantenere, e così dai tutorial si è passati in poco tempo ai video di TikTok. Come osserva Renata Pascarelli, direttore Qualità di Coop Italia, «dei due pilastri della crescita, alimentazione e movimento, è proprio il secondo oggi il più trascurato a quanto ci dicono studi e ricerche».
In una situazione del genere l’opportunità da cogliere sarebbe quella suggerita da Angela Spinelli, direttrice del Centro nazionale per la prevenzione malattie e promozione della salute dell’Istituto superiore della sanità. E cioè prestare più attenzione alla nostra salute, modificando in meglio le nostre abitudini alimentari e praticando del movimento anche in ambienti confinati. Ripensarsi, insomma, ricalibrarsi: consigli caduti nel vuoto.
Quel che si è potuto notare, infatti, in questi lunghi mesi, è che il cibo ha svolto un ruolo sempre più consolatorio e compulsivo, e lo slancio per l’attività fisica è andato spegnendosi. Con il risultato – prendiamo ad esempio la Toscana – di un aumento di peso nel 32% dei bambini. Nel Veneto si è visto come cambia l’intero spettro dei comportamenti. Dall’indagine svolta dalle Università di Buffalo e di Verona su 41 teenager in lockdown, è risultato che il confinamento ha portato al consumo mediamente di un pasto in più al giorno (carne rossa, zuccheri e cibo spazzatura, nonostante i genitori passassero più tempo ai fornelli), a un aumento drastico di 5 ore al giorno davanti a uno schermo, e a due ore sottratte alla settimana alla già scarsa attività fisica. Per gli adolescenti le cose si complicano un altro po’.

Tolgo il Disturbo «La pandemia ha acuito tutte le patologie psichiatriche, comprese quelle alimentari, che sono una forma di depressione moderna», spiega Laura Dalla Ragione, direttrice della Rete Disturbi Alimentari della Usl1 dell’Umbria. Perciò non vi è da stupirsi che «nei primi sei mesi dei 2020 i casi di anoressia e bulimia siano aumentati del 30%», tra insorgenze e ricadute. L’età di esordio della malattia è mediamente intorno ai 14 anni, ma si sta abbassando e diventa trasversale: nella fascia adolescenziale, tra i 12 e i 17 anni, i maschi sono saliti al 20% del totale. Ma guarire si può? «Nell’anoressia – rassicura la psichiatra – la percentuale di successo è dell’80%, rivolgendosi ai centri specializzati la cui mappa è sul sito del ministero della Salute www.disturbialimentarionline.it: numero verde 800.180969».
Tra i disturbi alimentari è soprattutto la bulimia a preoccupare. «Negli ultimi dieci anni – ricorda la specialista – è prevalente come patologia, ma è anche quella che è aumentata di più in quarantena». Grandi abbuffate e poi il cibo vomitato più volte al giorno con l’aiuto di lassativi, diuretici e iperattività fisica per compensare: le ragazze bulimiche generalmente sono magrissime.
«Sicuramente la pandemia ha costituito un trauma molto forte soprattutto per i più giovani», osserva Dalla Ragione, che individua nel maggior uso dei social «un altro elemento che ha favorito l’acuirsi dei disturbi alimentari. Moltissimi sono i modelli diseducativi che inneggiano alla magrezza e in rete pullulano i siti pro anoressia e bulimia, gestiti da pazienti che danno consigli per dimagrire ed eludere la sorveglianza dei genitori».

Mal d’isolamento Se è vero che la pandemia ha colpito in misura minore, per fortuna, i più piccoli (sebbene in questa terza ondata si sia abbassata l’età media dei ricoverati), ha fatto da detonatore a problemi vecchi e nuovi. Oltre al corpo ha minato l’equilibrio della mente generando corti circuiti. In modo particolare ha rinforzato stati d’ansia, d’insonnia, irritabilità, aggressività e – salendo – depressione con tendenze all’autolesionismo, fino a tentativi di suicidio che sono molto cresciuti da ottobre a oggi. Le richieste di aiuto all’Ospedale Bambin Gesù di Roma (Unità operativa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza) sono aumentate nell’ordine del 25/30% nei mesi invernali, un dato riportato da Stefano Vicari, direttore del centro specialistico romano. Da uno studio del Bambin Gesù emerge che i casi di pubertà precoce sono più che raddoppiati nel lockdown.
Su questi forti disagi – spiega Vicari – ha pesato un fattore caratteristico della seconda ondata: l’isolamento. Quando i ragazzi non hanno avuto più al loro fianco i genitori, infatti, rientrati al lavoro dopo la blindatura primaverile del 2020, si sono sentiti persi e soli. In fondo è la riprova di quanto si era capito. E cioè che il recupero dello stare in famiglia, trascorrendo più tempo con i genitori, è stato uno degli aspetti più positivi legati alla tragedia del cor0navirus, ma ora sempre meno praticabile in un’Italia a colori dove non è chiaro chi deve seguire i ragazzi, per quanto tempo e come.

Una prova da superare Va sottolineato che la clausura non ha prodotto gli stessi effetti su tutti. Se da un lato ha cancellato i baci rubati alle feste e quelle “prime volte” che rendono l’adolescenza un ‘importantissima età di passaggio, dall’altro ha tracciato però nuove sfide. Come dice Massimo Recalcati, il Covid è anche un magistero, una grande prova per i nostri figli che devono confrontarsi non con un limite esterno, ma con un proprio limite interno.
Il problema è che è stata ribaltata la vita di una generazione, ribattezzata Spillover, su cui è sceso poi il silenzio. I suoi bisogni sono scomparsi all’interno del grande trauma collettivo. Dopo oltre un anno, pre-adolescenti e adolescenti faticano oggi – si legge sulla rivista “Mind” – anche soltanto a pensare di uscire di casa, che vivono ormai come una tana sicura. Paradossalmente sono diventati la norma gli “hikikomori”, cioè coloro che vivevano già prima rinchiusi nella loro cameretta con la fobia del mondo. Tra i figli unici, ma non solo, è ancora più evidente questo fenomeno che ai più sfugge.
Ci siamo dimenticati di milioni di giovani trattati come effetti collaterali del virus. «Parliamo di loro – ha dichiarato il professor Vicari – solo quando ci sono risse in piazza e manifestazioni di violenza. Ma questo riguarda una esigua minoranza. Gran parte si stanno chiudendo anche perché sono terrorizzati dalla possibilità di contagiarsi e di contagiare i propri cari. Hanno cioè atteggiamenti persino più responsabili di molti adulti». Gli assembramenti nelle grandi città, senz’altro da condannare, non possono essere tuttavia rappresentativi, sostengono psichiatri e psicologi, di un’intera generazione che sta pagando un prezzo molto alto per la pandemia. Appena sarà consentito, e nel rispetto delle misure di sicurezza, dovremmo augurarci di vedere gli adolescenti uscire dalla tana per riprendersi in mano il mondo. Senza paura, ma con un ritrovato desiderio di costruire relazioni positive con i propri pari. Nel frattempo, suggerisce la psichiatra Dalla Ragione, «anche videochiamare gli amici è utile, sempre meglio che isolarsi. E magari leggersi libri, un’abitudine che si sta perdendo, avendo la rete sempre a disposizione. Quanti? Un paio al mese è già un buon obiettivo».

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