Un abito dismesso non è solo un pezzo di noi che se ne va o – a seconda dei punti di vista – un inutile ingombro di cui liberarsi. «Gli abiti che non si indossano più vanno considerati come una risorsa preziosa che può fare ancora molto per gli altri», spiega Ulla Carina Bolin, presidente di Humana People to People Onlus, l’organizzazione indipendente che da oltre 20 anni realizza, grazie alla valorizzazione degli abiti usati raccolti attraverso i cassonetti gialli, interventi di cooperazione internazionale. Anche Caritas e altre associazioni operano nello stesso ambito, ma, sottolinea la presidente Bolin – «è importante prestare attenzione che sul cassonetto sia sempre presente il nome dell’ente o dell’organizzazione proprietaria, i contatti e il sito web: tutti elementi che contribuiscono a identificare un operatore serio e affidabile». Secondo il rapporto “L’Italia del riciclo 2020” della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, viene riutilizzato tra il 65 e il 68% di questa frazione, quella tessile, dei rifiuti urbani. Non male, ma si può migliorare.
Nei territori serviti dalla multiutility Hera – 330 comuni del Centro-Nord– ci sono i cassonetti grigio antracite facilmente riconoscibili grazie alle immagini stilizzate di abiti, scarpe e altri accessori di abbigliamento. Sono circa 1.900, distribuiti in modo capillare, con una densità media di un contenitore ogni mille abitanti. «Il servizio di raccolta – spiegano dal gruppo Hera – viene affidato, tramite gara, a fornitori esterni i quali si occupano di sanificare e rimettere a disposizione gli indumenti riutilizzabili, indirizzandoli a scopi solidali e rivendendoli nel circuito dell’usato. Quelli in cattivo stato vengono destinati a impianti di recupero per dare loro una seconda vita come fibre, stracci o pezzami». Nel 2019 Hera ha raccolto in questo modo circa 4.600 tonnellate di prodotti tessili. Opera svolta anche dalla Caritas Ambrosiana che riceve ogni anno 30 milioni tra vestiti e accessori.
Dati interessanti arrivano da Humana anche se, spiega Bolin, «il 2020 è stato un anno complesso: l’emergenza sanitaria ha impattato sui diversi anelli della filiera degli indumenti usati. Tuttavia siamo estremamente felici che la solidarietà delle persone non si sia fermata e che i cittadini continuino a supportarci donando i propri abiti nei nostri contenitori. Questo ci ha permesso di raccogliere nel 2020, oltre 20.384.000 chili di abiti usati. Donarli è un piccolo gesto che non costa nulla ma che, se entra all’interno di una filiera virtuosa, contribuisce in maniera concreta a rendere migliore la vita di molte persone».
Per quanto riguarda Humana, infatti, una volta che i capi vengono donati nei contenitori gialli inizia un percorso virtuoso. «Innanzitutto vengono convogliati e stoccati nelle nostre sedi in tutta Italia, dove poi vengono smistati. Gli abiti estivi in buono stato sono inviati in Africa. Qui gli indumenti sono donati solo in casi di emergenza, altrimenti sono venduti a prezzi contenuti per finanziare i progetti sociali attivi localmente. I vestiti che non vanno in Africa perché non adatti al clima sono valorizzati grazie alla vendita all’ingrosso e al dettaglio in Europa e in Italia. Tutti gli utili sono destinati al finanziamento di progetti di cooperazione».
Il recupero/riuso degli abiti usati è importante anche per l’ambiente: basti pensare che per produrre una t-shirt servono oltre 2 mila litri di acqua. «L’industria tessile – spiega Bolin – è uno dei settori più inquinanti al mondo e la crisi climatica che stiamo attraversando ci impone di ripensare il nostro stile di vita e di consumi, anche a partire dal basso. Acquistare vintage e di seconda mano è una scelta consapevole che contribuisce a salvaguardare l’ambiente».
Il settore del riutilizzo degli abiti usati è tuttavia a rischio infiltrazioni da parte della criminalità organizzata. Gli illeciti più frequenti consistono nell’aggirare le norme di selezione e igienizzazione degli indumenti usati, nel falsificare documenti di trasporto, nello smaltire illegalmente gli abiti non commercializzabili. Diffusi anche illeciti legati alle esportazioni degli indumenti e alla loro commercializzazione in nero. Proprio questo è il filone su cui sta indagando anche la Commissione parlamentare sulle ecomafie.
«Quello degli indumenti usati – spiega Stefano Vignaroli, presidente della Commissione – è un settore fondamentale per l’economia circolare. Secondo l’ultimo rapporto Rifiuti Urbani dell’Ispra, la frazione tessile della raccolta differenziata nel 2019 è stata pari a circa 160 mila tonnellate, contro le 129 mila del 2015. Si tratta di una raccolta in aumento e che presenta ampi spazi di crescita, sia per la sua obbligatorietà in Italia a partire dal 1 gennaio 2022, sia perché in alcune aree le potenzialità appaiono almeno in parte ancora inespresse. È fondamentale però che questa crescita avvenga nella piena legalità. La nostra inchiesta è nata e si è sviluppata proprio in considerazione di questi aspetti. L’obiettivo della Commissione è dare il proprio contributo per ‘ripulire’ il settore dall’illegalità».

Come utilizzare i contenitori per donare gli indumenti
Cosa può essere introdotto
● Capi di abbigliamento possibilmente puliti e asciutti per evitare muffe e cattivi odori. Inserire gli indumenti in sacchi ben chiusi, per facilitare la raccolta che viene eseguita manualmente
● Scarpe appaiate e allacciate insieme ove possibile
● Accessori di abbigliamento: cappelli, cinture, foulard, sciarpe, ma anche borse e zaini
● Biancheria per la casa: coperte, lenzuola, piumoni, asciugamani, tovaglie e tende

Cosa non può essere introdotto

● Scarponi da sci, biancheria per la persona, stracci o strofinacci, ritagli e scarti di stoffa
● Indumenti macchiati o che hanno la necessità di essere riparati

Redazione

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