Orso_polo.jpgUn anno dopo Parigi cosa si è fatto per dare gambe all’accordo globale sul clima? E l’Italia, in particolare, che obiettivi si è data e come li sta perseguendo? Prima di cercare delle risposte, partiamo dai punti fermi.

Lo scorso 4 novembre, intanto, quegli accordi sono entrati in vigore, ed è già una notizia perché per il Protocollo di Kyoto ce ne vollero otto di anni. Gli impegni “volontari” adesso sono anche giuridicamente vincolanti per tutti. In testa, per Cina e Stati Uniti che – nonostante l’elezione di Trump, secondo cui il “climate change” è una bufala inventata proprio dai cinesi… – producono assieme il 38% delle emissioni di CO2 nel mondo.

Entro il 2018, poi, quando si terrà la prossima conferenza sul clima (in Polonia), si aspetta il regolamento che attui quello storico documento sottoscritto il 15 dicembre 2015 da 196 paesi.

Questo è quanto è uscito dalla Conferenza delle parti (Cop 22) di Marrakech (7-18 novembre), che è stata la prima di livello mondiale dopo Parigi con al centro le sorti del pianeta. Il futuro regolamento conterrà anche il check up degli impegni presi da ciascuno Stato – le cui azioni sono flessibili sì, ma dovranno permettere una misurazione e una comparazione ogni cinque anni – oltre ad istituire un Fondo Verde di 100 miliardi di dollari, per aiutare i paesi in via di sviluppo.

Possiamo considerare,tutto sommato, breve il lasso di tempo tra le due date sopra citate (2016 ratifica degli accordi, 2018 piano di lavoro) rispetto a quanto concordato a Parigi: le emissioni devono infatti calare dal 2020 per arrivare a zero nella seconda metà del secolo, e al più presto deve cominciare la fase del riassorbimento del tanto carbonio immesso nell’ambiente.

Lungo questa strada, lo ricordiamo, l’obiettivo comune sottoscritto un anno fa, è quello di contenere l’aumento della temperatura al 2030 entro i 2 gradi, possibilmente 1 grado e mezzo sull’era preindustriale, e fare anche meglio. È realistico pensarlo?

Sono in molti oggi a credere che il ruolino di marcia sia ancora troppo lento per avere qualche possibilità di successo. L’unep, l’ufficio delle Nazioni Unite per l’Ambiente, sostiene che la Terra si trova a fronteggiare un aumento medio di oltre 3 gradi (secondo altri 2,7), già doppio rispetto agli obiettivi di Parigi, e anche se tutti i paesi dovessero confermare il proprio contributo, non potremmo farcela. Siamo fuori dalla traiettoria e dentro la fase della resilienza, della mitigazione e dell’adattamento al climate change: non a caso a Marrakech è stato stanziato un fondo ad hoc chiamato adaptation fund, che agirà all’interno dell’accordo quadro.

Eppure, se il pianeta ha una qualche speranza, e ce l’ha a sentire Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, questa speranza viene proprio dal paese che finora ha inquinato di più: la Cina. «È leader in molti settori e tra questi nelle rinnovabili», fa notare Onufrio. «Grazie alle scelte dei cinesi e alle politiche europee, una tecnologia come il solare – spiega – originariamente sviluppata per i satelliti, è diventata oggi una commodity globale: tutti possono averla a costi accettabili e simili in ogni parte del mondo».

Oltre al fattore Trump, c’è dunque da calcolare il fattore Xi Jinping (il presidente della Cina) che è di segno opposto. La rivoluzione energetica verso un mondo più pulito può proseguire, tra squilibri meteo che aumentano e sono sotto gli occhi di tutti.

L’anno più caldo e l’effetto Trump

Dalle pesanti alluvioni in Italia – più frequenti e dirompenti che in passato – al gelo inedito in Spagna, ai picchi di calore al Polo Artico (+20 gradi a novembre!) e così via elencando. Before the flood, per dirla con il film documentario di Di Caprio, prima cioè del diluvio universale, si può e si deve fare tutto il possibile per limitare i danni.

Uno dei più sonori campanelli d’allarme viene dalla nasa, che ha definito il primo semestre del 2016 il più caldo di sempre, dato poi rinforzato dalla wmo, l’agenzia meteorologica delle Nazioni Unite, che ha battezzato il 2016 come l’anno più caldo della storia, superando il 2015.

Prima del freddo inverno 2017, la temperatura globale era di 1,2 gradi superiore ai livelli pre-industriali. È vero che il Niño, la corrente calda del Pacifico, ha contribuito al non invidiabile risultato, ma la causa principale, secondo l’agenzia, rimangono i gas serra prodotti dall’uomo. Trump e le lobbies del carbone cui è legato sono avvisati.

Per coloro a cui fosse sfuggito, va ricordato che il neo presidente degli Stati Uniti ha affidato la politica ambientale a Scott Pruitt, considerato un “climato-scettico”, uno dei legali che guida il ricorso di 28 Stati americani contro il piano di Obama per i tagli alle emissioni di gas serra.

In che misura, viene da chiedersi, il “fattore Trump” peserà sugli impegni già presi? «Non a tal punto da vanificare quello spirit of Paris – risponde Veronica Caciagli, presidente dell’Italian Climate Network, di ritorno da Marrakech – che sta unendo i movimenti sociali e per il clima, le amministrazioni locali, le aziende. La rivoluzione energetica è in corso ed è ormai inarrestabile».

Si procede verso la riduzione dei combustibili fossili e la decarbonizzazione. La svolta più morbida di Trump che, una volta eletto, si è detto «disponibile a una intesa per non uscire dall’accordo di Parigi», sembrerebbe dar credito a questa idea. E anche per Greenpeace è più difficile, oggi, mettere indietro l’orologio della storia. Per una serie di fattori: «Perché gli imprenditori americani non investono più sul carbone – spiega Onufrio – perché il solare offre più posti di lavoro del carbone e del gas, perché i costi delle rinnovabili continuano a scendere, perché gran parte della politica energetica americana viene fatta dagli Stati e la California, pur con un governatore repubblicano, Schwarzenegger, è la più avanzata fra tutti».

Sperare non costa nulla. Ma, intanto, possiamo dire di essere sulla via giusta? L’Italia, in particolare, che registra un aumento doppio delle temperature rispetto agli altri paesi europei e si affaccia sul Mediterraneo che “verrà stravolto” – dice un recente studio pubblicato su Science – dal nuovo clima, si sta assumendo fino in fondo i propri impegni?

Europa chiama Italia, le “pagelle”
L’obiettivo per il nostro paese al 2030, è la riduzione delle emissioni di circa il 33%. Ma in base al nuovo pacchetto Clima Energia della Ue (che mette tra l’altro fuori gioco il grosso delle centrali a carbone ma non le più vecchie e nega incentivi a eolico e solare, giudicate tecnologie “mature”) dovremmo arrivare al 40% rispetto ai valori del 1990. Per fare ciò è necessario intervenire nella produzione di energia, nei trasporti, nell’edilizia, in agricoltura e agire con forza sulla leva dell’efficientamento energetico (+30%).

L’Italia, al momento, sarebbe promossa, stando alla pagella dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, sebbene non tutti (vedi intervista) la pensino così. Rispetto ai parametri del famoso piano 20/20/20 – che prevede tagli del 20% sui gas serra, il 20% di maggiore utilizzo delle rinnovabili e il 20% di efficienza energetica in più entro il 2020 rispetto al 1990 – noi viaggeremmo a ritmi più elevati dei target previsti dal pacchetto che è subentrato al protocollo di Kyoto: rispettivamente del 12% sui gas climalteranti, del 7% sulle rinnovabili e del 3% in efficienza energetica.

Forte, tuttavia, resta il pressing degli ambientalisti che chiedono di accelerare sulla difesa del clima per dare concretezza all’accordo di Parigi. Anche quelli che non contestano apertamente questi dati, chiedono azioni più decise se vogliamo traghettare l’Italia verso un futuro a zero emissioni: dalla revisione della strategia energetica nazionale, a un piano biennale per ridurre le emissioni, fino alla pianificazione di una solida strategia per la decarbonizzazione al 2050.

La crisi climatica, in un pianeta globalizzato, riguarda tutti e non conviene a nessuno. Anche e solo per questo, forse, non è vano sperare che il sole di Parigi questa volta non si eclisserà.

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