A luglio a Siracusa erano increduli: il termometro toccava i 48,8 gradi, battendo il record europeo. E in tutta Italia abbiamo vissuto una lunga estate tropicale: la sesta più calda dal 1800, con un “bilancio”, secondo Coldiretti, di quasi 1.300 tra nubifragi, bombe d’acqua, trombe d’aria, grandinate e tempeste di fulmini, il 58% in più rispetto al 2020, che hanno flagellato città e campagne.
In Germania, intanto, inondazioni mai viste prima hanno provocato centinaia di morti e dispersi, migliaia di sfollati, danni incalcolabili. Forse un assaggio di quanto previsto dalla Fondazione CMCC, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, sulle ondate di calore e alluvioni che potranno verificarsi nei prossimi anni in città come Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino e Venezia.

La terra ha la febbre Il pianeta è ammalato, ha ribadito l’ultimo rapporto del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), il foro scientifico delle Nazioni Unite che dal 1988 studia il riscaldamento globale. E i responsabili siamo noi.
Rispetto al periodo 1850-1900, le emissioni di gas serra provenienti dalle attività umane hanno già prodotto 1,1°C di riscaldamento. Gli effetti di quello che potrebbe sembrare un piccolo aumento di temperatura sono enormi. Per questo stiamo già assistendo, in ogni parte del mondo, a ondate di calore, precipitazioni intense, siccità e cicloni tropicali, estinzione di piante e specie animali, mutazioni su vasta scala dei ghiacci e degli oceani. Trasformazioni che hanno preso una velocità mai vista prima.
Mediamente, prevede l’IPCC, la temperatura superficiale globale continuerà ad aumentare almeno fino alla metà del secolo in tutti gli scenari di emissioni considerati. “Avremo un maggior numero di ondate di calore, stagioni calde più lunghe e stagioni fredde più brevi. Con un riscaldamento globale di 2°C, gli estremi di calore raggiungerebbero più spesso soglie di tolleranza critiche per l’agricoltura e la salute”. Senza tagli dei gas serra immediati, rapidi e su larga scala, anche restare sotto a questi incrementi, già estremamente dannosi, sarà fuori da ogni portata, dicono gli scienziati.
«Se continuiamo con le politiche attuali – ha ammonito il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, intervenendo al Forum sull’Energia e il Clima – raggiungeremo quasi 3 gradi di riscaldamento globale entro la fine del secolo. Le conseguenze sarebbero catastrofiche». Siamo ancora in tempo per evitare il peggio?

Cinque futuri climatici Molte delle trasformazioni in atto sulla Terra sono senza precedenti in centinaia di migliaia di anni, e alcune – come il continuo aumento del livello del mare – saranno irreversibili per altrettanto tempo. Ma a partire da queste certezze, dice l’IPCC, i futuri climatici che abbiamo davanti sono cinque, più o meno negativi, e dipendono anche da come il clima risponderà all’influenza umana.
Questo dovrà essere il “decennio dell’azione”, come lo ha definito l’Onu. Infatti, afferma l’IPCC, “forti e costanti riduzioni di emissioni di anidride carbonica (CO2) e di altri gas serra limiterebbero i cambiamenti climatici”. La qualità dell’aria migliorerebbe rapidamente, anche se ci vorranno comunque 20 o 30 anni per fermare la febbre del pianeta e vedere le temperature globali stabilizzarsi.
Su questi dati da massima allerta per l’umanità dovranno basarsi i negoziati e le scelte in corso questo mese alla Cop26, la ventiseiesima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si terrà a Glasgow. Il «punto di partenza della sfida del decennio e del secolo», l’ha definito l’inviato per il clima degli Usa, John Kerry.

Non esiste un pianeta B Sul banco degli imputati c’è innanzitutto l’energia, a partire da quella fossile: carbone, petrolio e gas – indispensabili per ogni attività umana – sono le cause principali dell’alterazione dell’atmosfera e del surriscaldamento. Bisogna decarbonizzare, passando rapidamente a fonti energetiche più pulite e con minori emissioni di anidride carbonica e gas a effetto serra. Mentre, spiegano esperti come Stefano Mancuso, urge rigenerare suoli, mari e biodiversità, per utilizzare la loro capacità di catturare CO₂, produrre ossigeno, mitigare le conseguenze del surriscaldamento, sostenere l’ecosistema.
Finora però gli impegni sul clima sono stati disattesi dai potenti del mondo in un corale “bla bla bla”, è l’accusa, lanciata il mese scorso alla PreCop26 e Youth4Climate di Milano, dall’attivista Greta Thunberg. Con lei, milioni di giovani che pretendono subito di essere coinvolti in azioni decisive per il loro futuro, al grido “non esiste un pianeta B”. «Dobbiamo cambiare velocemente e radicalmente ogni cosa» ha ammesso il vicepresidente della Commissione europea e commissario per il clima, Frans Timmermans.
L’Unione Europea è approdata a Glasgow con il doppio obiettivo di raggiungere l’impatto climatico zero entro il 2050 e ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 55 per cento rispetto al 1990 entro il 2030, cioè in appena nove anni. Uno sforzo di trasformazione epocale, che passa attraverso obiettivi comuni e dei singoli Stati.
Intanto gli Stati Uniti faticano a imboccare la svolta verde e Paesi come la Cina (oggi il principale emettitore di gas serra al mondo) e l’India sono restii a assumere impegni stringenti di decarbonizzazione, per non frenare il proprio recente sviluppo. Mentre quelli poveri, in Africa e America Latina, non hanno fondi per la transizione. Eppure, la decarbonizzazione “dovrà essere obbligatoria” e bisogna accelerare, ha concluso alla PreCop26 il ministro dell’Ambiente, Roberto Cingolani.

L’Italia della transizione verde A Glasgow, è l’indicazione della Pre-Cop26, devono essere alzati gli obiettivi di decarbonizzazione di ciascuno Stato – gli Ndc: Nationally Determined Contributions –, già oggi insufficienti e in larga parte disattesi. E spendere centinaia di miliardi di dollari per finanziare la svolta green dei paesi in via di sviluppo.
Un cambiamento di paradigma che dovrà coinvolgere non solo l’economia ma tutta la società. In Italia il Pnrr, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) mira alla progressiva decarbonizzazione di tutti i settori e dedica quasi 70 miliardi di euro alla missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”. Nel 2019, ricorda il documento del governo, le emissioni pro capite di gas climalteranti in Italia erano inferiori alla media Ue. Tuttavia lo Stivale soffre di vecchi mali: il territorio è drammaticamente fragile; siamo ancora tra i paesi europei con il maggior numero di auto e dove le merci viaggiano ancora ampiamente su gomma; l’inquinamento atmosferico nelle città, quello del suolo e delle acque è molto elevato, soprattutto in pianura padana; per anni non si è investito abbastanza nelle infrastrutture idriche…
Intanto la transizione è tutt’altro che lineare. Il titolare dell’Ambiente Cingolani ha sollevato un vespaio quando ha autorizzato, in aprile, la realizzazione di nuovi pozzi per estrarre petrolio e gas nel mare Adriatico, nel Canale di Sicilia e nel sottosuolo emiliano. Mentre l’Italia, ha denunciato Legambiente, spende 34,6 miliardi di euro ogni anno per i sussidi ambientalmente dannosi: attività come le trivellazioni, fondi per la ricerca di gas, carbone e petrolio, agevolazioni fiscali per le auto aziendali e via inquinando.

Si può fare? La sfida è mettere mano velocemente a infrastrutture chiave per il paese mantenendo l’economia competitiva. Senza che a pagare il costo, anche sociale, di questa trasformazione epocale siano imprese e cittadini in termini di aggravi fiscali, costi e prezzi, perdita di posti di lavoro, inflazione, caro vita, disuguaglianze. Un rischio tuttaltro che lontano, come evidenzia l’ultimo report dell’AsVis (si veda il box a pagina 5).
«Anche se non sarà affatto facile, dobbiamo farcela» afferma Giuseppina Gualtieri, economista industriale oggi alla guida di Tper e presidente di turno di Impronta Etica, associazione di imprese impegnate per lo sviluppo sostenibile, che unisce 31 aziende dei settori finanza, costruzioni, grande distribuzione, servizi, trasporti, automazione meccanica, agrifood, multiutilities. «Gli obiettivi che ci impone il cambiamento climatico non sono più rinviabili – spiega – e vanno affrontati con una nuova cultura e una chiara ed efficace attività regolatoria dello Stato. Le politiche stanno accelerando su obiettivi concreti di sostenibilità e, con il Pnrr, disporremo di una quantità di fondi mai vista dal dopoguerra. Per utilizzarli servono incentivi e regole su emissioni, tipi di investimenti, rendicontazione rigorosa, dettando tempi certi, senza proroghe, per mettere sui binari giusti la capacità tipica delle imprese di produrre risultati. Ma le stesse aziende dovranno fare rete e porre la sostenibilità nei propri obiettivi strategici, investendo in nuove competenze e sui giovani. – conclude Gualtieri – Sono fiduciosa: non partiamo da zero, in tante filiere questa cultura c’è e lo sviluppo sostenibile – economico, sociale e ambientale – può essere una grande opportunità. Il nostro Paese ha capacità di adattamento fortissime».

Passaggio equo Si potrà andare verso l’economia a zero emissioni in modo socialmente equo o sarà invece un ”bagno di sangue”, come paventato dallo stesso ministro Cingolani? «Lo sarà se non si faranno gli investimenti necessari – sostiene Vittorio Cogliati Dezza, storico esponente di Legambiente che segue il tema nel Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità –. La vulgata sulle conseguenze economiche e sociali drammatiche della transizione ecologica è scientificamente sbagliata. Si tratta invece di un’occasione di crescita virtuosa, che innescherà anche un incremento dell’occupazione». Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, ricorda l’esperto, per rispettare i tetti di emissioni disegnati dall’IPCC entro il 2030, i paesi più sviluppati dovranno triplicare gli investimenti nella decarbonizzazione, generando 30 milioni di posti di lavoro nel mondo, a fronte di una perdita di 5 milioni di posti.
Una rapida trasformazione rischia però di alimentare anche nuove forme di esclusione e vecchie povertà, compreso il divario Nord-Sud. «La transizione deve portare benefici alle fasce più vulnerabili della popolazione – continua Cogliati Dezza – il che comporta ridurre le disuguaglianze. Occorre coinvolgere anche le fasce della società marginali e le periferie, che hanno grandi risorse interne, utilizzando in modo coerente sia i fondi del Pnrr (che ha già diversi punti deboli), sia le politiche di spesa pubblica ordinarie. Si tratta di portare servizi green e interventi ambientali vicino alle persone, ad esempio attraverso agenzie pubbliche territoriali in grado di leggere i bisogni dei cittadini e intervenire in modo mirato».
Basti pensare ai servizi di car e bike sharing, oggi diffusi solo nel centro delle maggiori città, o ai fondi del 110% per la riqualificazione energetica degli edifici, che secondo il Forum sono andati in gran parte al ceto medio benestante, senza toccare chi fatica ad arrivare a fine mese e tanti degli immobili, anche pubblici, più vecchi e degradati.

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