Raccolta_cacao.jpgSi chiama commercio equo e solidale ed è quella cosa che consente di garantire ai contadini ed ai produttori di paesi lontani e spesso lasciati ai margini dai processi commerciali globalizzati, di vedersi riconosciuto un prezzo giusto per il loro lavoro, di sostenere le comunità locali, promuovendo insieme ad un lavoro dignitoso, diritti, istruzione e rispetto dell’ambiente.

In Italia, proprio in questo mese di ottobre, il commercio equo certificato, compie 20 anni di vita, raccontati dal marchio e dall’attività di Fairtrade. Parliamo di una di quelle attività che, nonostante la crisi economica che ormai da diversi anni colpisce le famiglie italiane, continua a crescere come volumi e fatturato. In Italia, nel 2013, Faitrade ha registrato vendite per 76,3 milioni di euro, con un più 16,7% sul 2012. Dal 2007 ad oggi il fatturato è sostanzialmente raddoppiato. I prodotti che Fairtrade certifica per il mercato italiano sono più di 600: la parte del leone la fanno banane (24 milioni di euro), i prodotti a base di cacao (quasi 10 milioni di euro), il caffè (7 milioni) ma con il contorno di tante altre cose, dal tè (4 milioni di euro) ai fiori (3,9 milioni), dalla frutta secca al miele, dallo zucchero al riso ad altri tipi di frutta. Quello di Fairtrade è un successo importante che conferma come, anche in questi anni difficili, siano in atto mutamenti nella consapevolezza dei consumatori italiani, che comunque decidono di acquistare prodotti che propongono un contenuto etico importante. E si tratta di una realtà che (come spieghiamo nell’apposita scheda) i soci e clienti Coop conoscono molto bene, dato che Coop ha, da diversi anni, una sua linea di prodotti Solidal tutta certificata Fairtrade.

Certo il prodotto che viene dal commercio equo costa un po’ di più di quello delle filiere tradizionali (mediamente un 10-15%), ma i suoi contenuti valgono ampiamente questa differenza. “Quando si compra un prodotto col nostro marchio – spiega Paolo Pastore, direttore di Fairtrade Italia – si compra anche una storia. È la storia di persone e comunità che hanno lavorato e coltivato la terra, che hanno realizzato così una possibilità di emancipazione e di riconoscimento dei propri diritti. Questo grazie anche a chi questi prodotti li acquista”. Anche noi abbiamo più volte parlato della vita di chi coltiva quello che poi diventa il Tè Solidal Coop o il cotone che finisce nella borsa riutilizzabile per fare la spesa o ancora le banane, i succhi di frutta e il caffè. Storie che spaziano tra Asia, Sud America, Africa e addirittura Oceania (sono 31 in tutto i paesi con cui opera Fairtrade). Storie lontane migliaia di chilometri, ma anche simili nei problemi, nella fatica. Ma anche e soprattutto simili nei risultati positivi che questi anni ci hanno consegnato, a certificare il senso di questa attività che ha consentito a centinaia di migliaia di persone di migliorare le proprie condizioni di vita. Come già accennato la parte del leone nel commercio Fairtrade la fanno i prodotti, cosiddetti ex-coloniali, come caffè, tè, banane e ananas, cacao, zucchero, frutta secca, cotone e spezie, proprio perché tipici di quello che era il commercio tra le colonie e i paesi europei. Ma nel corso degli anni, si è cercato di allargare la gamma come dimostra l’arrivo dei palloni da calcio a marchio etico (che hanno consentito di combattere una delle più odiose forme di sfruttamento verso i bambini in diversi paesi asiatici) o le rose che vengono coltivate in Kenia. I prodotti Fairtrade finiscono in 5.000 punti vendita italiani (di cui più di 1.000 sono Coop).

Se negli ultimi anni la crescita di Fairtrade è stata forte e costante, cosa aspettarsi per il prossimo futuro? “Le chiavi del nostro lavoro sono tre – spiega Paolo Pastore -. La prima resta quella di un’ulteriore crescita della consapevolezza tra i consumatori, che li porti a privilegiare il contenuto etico e qualitativo dei nostri prodotti. Poi c’è un secondo aspetto che è legato alla rete commerciale. Oggi la nostra presenza è concentrata nel centro nord dell’Italia, dove il pubblico è bene o male già abituato a trovarci. Invece nel sud siamo ancora poco presenti e dunque dobbiamo lavorare per far arrivare ai consumatori i nostri prodotti. Il terzo tassello per aumentare i volumi del commercio equo è invece legato al considerare ciò che importiamo anche come possibile base o ingrediente per fare altri prodotti. Faccio alcuni esempi. Un produttore di biscotti o di cereali, come già successo in altri paesi europei, può decidere che tutto il cacao o lo zucchero utilizzato nelle sue linee di produzione sia Fairtrade. Spero che anche in Italia, a cominciare da Coop, possano nascere a breve progetti in questo senso”.

Un ulteriore fronte di evoluzione nell’attività di Fairtrade è legata alla certificazione anche su prodotti italiani, proprio perché, come le cronache raccontano spesso, specie in alcuni settori come l’agricoltura, lo sfruttamento e il non rispetto dei diritti sono pratiche tutt’altro che isolate che incidono su prodotti che finiscono sulle nostre tavole. “Stiamo facendo uno studio approfondito su questo tema, per definire possibili protocolli e regole, con anche alcune sperimentazioni – aggiunge Pastore -. Se tutto va bene nel 2015 potremmo approdare ai primi prodotti certificati nati sul nostro suolo”.

Dunque le cose da fare non mancano. E i consumatori italiani, proprio in queste settimane d’ottobre avranno modo di incontrare e conoscere le attività di Fairtrade, che accompagnerà la celebrazione dei suoi vent’anni di attività, oltre che con attività promozionali nei negozi (a cominciare da quelli Coop), anche con una campagna di comunicazione (slogan scelto “The power of you”) che si svilupperà sia sul Web e sui social che nelle stazioni e in altri punti delle principali città italiane. Una campagna il cui obiettivo è proprio quello di ricordare che, comunque, la scelta di ognuno di noi, mentre fa la spesa, è sempre decisiva per combattere diseguaglianze e provare a favorire un modello di sviluppo più equo e sostenibile. E noi italiani, anche se siamo migliorati negli ultimi anni, di strada da fare ne abbiamo ancora tanta. I 76 milioni di fatturato 2013 per prodotti Fairtrade, sono infatti ben poca cosa confronto ai 311 milioni della piccola Svizzera (che con 40 euro annui ha il consumo procapite di prodotti del commercio equo più alto di tutti), ai 345 milioni della Francia, ai 533 milioni della Germania. Per non parlare dei 1904 milioni di euro della Gran Bretagna.

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