L a tutela della biodiversità non è un problema che tocca solo ristrette cerchie di addetti ai lavori. Parlarne significa parlare di un patrimonio comune che è delle comunità e quindi dell’umanità intera». Parola di Lorenzo Berlendis, vice presidente di Slow Food, una realtà che da anni sta conducendo importanti battaglie per la tutela del patrimonio agro-alimentare in tutto il mondo (www.slowfood.it).

Cosa c’è che non va nel modello di sviluppo agricolo mondiale? Abbiamo vissuto nell’illusione che le grandi coltivazioni monocolturali potessero sfamare il mondo, grazie a multinazionali che avevano il controllo totale del mercato, facendo diventare i contadini soggetti marginali, tagliati fuori da ogni scelta. Il risultato è che, nonostante ciò, il 25% delle emissioni mondiali, cito dati FAO, deriva da questo modello di agricoltura dissipativa. Salvo poi scoprire che a sfamare i tre quarti dell’umanità sono invece le piccole produzioni locali.

Ma uno degli argomenti che più si usa per sostenere il modello agricolo che ha dominato in questi decenni è che bisogna garantire il cibo a chi soffre la fame… Anche qui parto dai dati Fao: oggi al mondo si produce cibo che basterebbe a sfamare 11 miliardi di persone. Dunque il problema non è la carenza, ma la modalità con cui il cibo viene prodotto e distribuito, l’eccesso di sprechi, la scarsa efficienza delle filiere. E anche gli stili alimentari e gli eccessi: perché se è vero che tanti purtroppo soffrono la fame, la quota di persone obese continua a crescere.

Dunque tutelare e promuovere la biodiversità serve a garantire il cibo per tutti? Il punto è affermare un modello che consenta di guardare al futuro in modo sostenibile ed equilibrato. E noi siamo convinti che tutelare la biodiversità voglia dire aiutare e rafforzare l’ambiente e le comunità locali, difendere un principio di sovranità alimentare e riuscire a garantire prodotti più nutrienti e di miglior qualità. Perché è importante dire che molti studi confermano come il tipo di alimentazione e le condizioni in cui vivono gli animali incidono sulla qualità della carne o del latte che beviamo. Cioè c’è un impatto positivo sulla nutrizione umana.

Per un paese come l’Italia la biodiversità può davvero essere una grande risorsa anche in termini economici? Il mondo agroalimentare del nostro paese è straordinariamente ricco: dai 7000 tipi di formaggio che sono stati censiti ai 400 ecotipi di mais alle 450 varietà di mele. Non ci sono altri paesi al mondo che vantino tale ricchezza. Parlo di una ricchezza che diventa anche culturale, geografica e antropologica. E il modo migliore per difendere questa biodiversità è di mangiarla. Abbiamo cioè bisogno di un consumatore attento e informato che chiede un determinato tipo di prodotti, non per una moda, ma perché convinto che così consegna questo patrimonio alle generazioni future. Serve educazione al consumo per difendere il pianeta.

A chi dice che questi prodotti sono troppo cari, cosa replica? Credo sia necessario avere più attenzione a definire quello che è il valore del cibo. Anche i prodotti biologici che, nonostante gli anni di crisi, stanno subendo una crescita notevole, erano considerati un lusso. Certo c’è lavoro da fare, perché anche l’impatto sulla salute di ciò che mangiamo andrebbe tenuto in conto. Se faccio scelte che hanno un impatto positivo sulla mia salute riduco un costo sociale cui non si pensa quando si compra qualcosa. Ma questi costi sociali ci sono, per non parlare dell’inquinamento o degli sprechi. Bisogna imparare a tener conto di quest’insieme. E allora si scoprirà che tutelare la biodiversità agricola è un valore straordinario.

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