"Le nostre case diventano sempre più pesanti"
L'ingegner Giorgio Serafini spiega come è cambiato il modo di costruire e che problemi ciò determina in caso di terremoti

Gli ingegneri strutturisti chiamati in questi mesi a verificare metro per metro l’entità dei danni, sono rimasti favorevolmente sorpresi dalla risposta degli edifici civili squassati all’interno del "cratere", anche di quelli risalenti agli anni Cinquanta o Sessanta, quando il problema terremoti pareva di secondaria importanza.
Ingegner Serafini (docente dell'università di Modena e Reggio), che situazione avete trovato nel corso dei sopralluoghi?
Variegata ma non disperata. Le travi saltellanti sui piloni hanno favorito, è vero, lo sfilarsi delle coperture dei capannoni non adeguati ai più recenti criteri anti-sismici. Le sedi aziendali hanno sofferto nei casi di "discontinuità strutturale", quando cioè gli uffici erano sbilanciati tutti da un lato creando dissimmetrie e lasciando ampi volumi privi di puntelli. L’edilizia rurale si è piegata più volte, sì, ma solo se già versava in uno stato di evidente abbandono, non ristrutturata né manutenzionata negli anni. Gli edifici civili, invece, tutto sommato hanno retto bene e ciò depone a favore della buona qualità dei materiali usati (mattoni, malte, ecc.), delle tecniche costruttive e delle maestranze che hanno operato nei territori interessati dal sisma.
Nientre da eccepire sulle normative anti-sismiche e sulla loro applicazione?
La normativa di riferimento, quella del 2005, se riletta attentamente ha mostrato alla prova dei fatti delle lacune. Non ha tenuto in debita considerazione ad esempio il ruolo delle pareti non portanti, che in diverse circostanze tra Modena e Ferrara hanno innescato i crolli, agendo da detonatore sulle strutture principali. Spesso all'origine dei problemi vi è stata proprio una carenza di dettagli costruttivi. E l’Italia qui sconta un palese ritardo. L’intera Europa in fondo è da questo punto di vista come ferma all'età… della pietra. A differenza della California, del Giappone o della Nuova Zelanda da noi manca una vera cultura del dettaglio costruttivo, non è dunque solo un problema di edilizia antisismica. Questo spiega anche la grande diversità di comportamento tra un edificio e l’altro che ha contraddistinto il terremoto emiliano: benché costruiti nelle vicinanze e sottoposti allo stesso grado di magnitudo, uno magari è rimasto lesionato, l’altro intatto. Non è sempre colpa dell’effetto sito come pensano molti ingegneri…
Quali sono i maggiori problemi denunciati dal nostro patrimonio abitativo?
Uno degli aspetti maggiormente meritevoli di approfondimento e, alla luce dei fatti, probabilmente di un ripensamento è quello del progressivo appesantimento delle nostre case. I dati degli ultimi dieci anni mostrano che dai 900-1.000 kg al metro quadro si è passati a una media di 1.800-2.000 chilogrammi. I muri perimetrali che anni fa partivano da 25 centrimetri oggi non ne misurano meno di 40. I pavimenti che erano di 15 centimentri si sono anch’essi ispessiti fino a 40 centimetri, se hanno sotto un moderno sistema di riscaldamento. Per non parlare dei doppi muri o dei pannelli solari sul tetto.
Tutto questo è il risultato di scelte di sostenibilità, incentivate peraltro dalla legge, per favorire il risparmio energetico o l'isolamento acustico.
Ciò è tanto vero quanto condivisibile, ma è altrettanto vero che raddoppiando il peso delle case aumenta il rischio sismico quando le strutture vengono chiamate, in pochi secondi, a contenere enormi spinte orizzontali, verticali, torsioni e deformazioni indotte dalla potenza di un terremoto. La domanda vera è se riusciremo ad armonizzare le diverse esigenze, tutte peraltro di primaria importanza: avremo mai una casa isolata da tutto, dal terremoto, dai rumori, dalla dispersione termica? Su questo interrogativo di fondo poggia una delle grandi sfide che abbiamo davanti noi ingegneri.

 



Claudio Strano

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