“Tra tanti limiti e difficoltà ancora da superare, oggi sono più di 350 le realtà che in Italia gestiscono beni confiscati. Un traguardo a cui si è arrivati con la legge 109 del 1996 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati promossa da Libera, attraverso una petizione popolare, con la raccolta di oltre un milione di firme, partita da Corleone. La legalità conviene, per questo oggi chiediamo un impegno maggiore al legislatore”. L’ha detto Davide Pati, dell’Ufficio di presidenza di Libera, intervenuto a Palermo in occasione del primo forum regionale sui beni confiscati promosso dall’associazione a Palermo. “È la prosecuzione di quel percorso avviato 31 anni fa dalla legge Rognoni-La Torre – prosegue Pati – non a caso la moglie di Pio La Torre, Giuseppina Zacco, ci diceva spesso di scegliere i prodotti provenienti dai terreni confiscati per tenere viva la memoria del marito”.

Al centro del forum anche le strategie di sopravvivenza delle aziende sottratte alle mafie, evitando sprechi e costi onerosi per la società. “Le aziende confiscate in via definitiva in Italia sono 1.708, di queste 623 si trovano in Sicilia – ha detto Umberto Di Maggio, coordinatore regionale di Libera – Circa la metà opera nel commercio (471) e nelle costruzioni (477) e sono 92 quelle del settore agricolo. Le confische più recenti hanno riguardato alcuni impianti fotovoltaici e parchi eolici in Sicilia, Calabria e Puglia”. Diversi i fattori che complicano la gestione, soprattutto quando si tratta di aziende appositamente create per il riciclaggio, come la “revoca dei fidi bancari, o i nuovi equilibri che subentrano nei rapporti con i clienti e i fornitori – spiega il presidente della fondazione Chinnici, Giovanni Chinnici, che coordina uno dei gruppi di lavoro del forum – spesso l’azienda confiscata o sequestrata che viene ricollocata in un circuito legale, dopo essere stata in un mercato drogato, sconta l’inevitabile aumento dei costi di gestione dovuti alla regolare fatturazione”.

20 gennaio 2014 – fonte: ansa

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