Ambiente

In città muoversi in bici è meglio. Ecco perché

Bici_traffico.jpgDa svariati anni è in corso una lenta ma inesorabile transizione da un modello di mobilità a forte impatto ambientale, imperniato sull’uso dell’auto privata, a uno più consapevole e sostenibile.

La centralità dei temi che riguardano la mobilità sostenibile è sotto gli occhi di tutti e si inserisce ormai a pieno titolo nel più ampio dibattito sui cambiamenti climatici. Si tratta di un fenomeno talmente evidente che nessuno può più far finta di nulla: né i cittadini, né i governi, né le città e neppure le imprese. Il ritardo accumulato da noi su questi temi rispetto all’Europa sembra incolmabile: mentre in Europa all’incirca 2 viaggi su 3 nei maggiori centri avvengono senz’auto, nel nostro Paese invece circa il 60% degli spostamenti in città sono effettuati con l’auto privata.

Eppure gli italiani sembrano ormai pronti per un cambio d’abitudini in tema di mobilità. Secondo una recente ricerca di Isfort “il 40% dei nostri connazionali vorrebbe usare di meno l’automobile e il 49% si dice propenso a un maggiore utilizzo del mezzo pubblico”.

Forse basterebbe una “spintarella gentile” per creare il cambiamento d’abitudini, ma da dove partire? Il Governo un’idea ce l’ha e sembra averla concretizzata nell’ultimo Collegato Ambientale alla Legge di Stabilità, varato alla fine dello scorso anno, che include, tra gli altri, finanziamenti per 35 milioni di euro a favore di comuni e città metropolitane per progetti di bike-to-work e bike-to-school, ovvero finalizzati all’utilizzo della bicicletta negli spostamenti casa-lavoro e casa-scuola. Si tratta di un provvedimento che al di là delle risorse stanziate, ancora largamente inadeguate, ha il pregio di mettere a fuoco i principali motivi di traffico delle città e di indicare nell’uso della bicicletta una soluzione ancora non pienamente sfruttata.

In attesa dei bandi attuativi nel frattempo in Italia assistiamo a un fiorire di iniziative e annunci di comuni e aziende sempre più chiaramente impegnate a promuovere la buona mobilità tra i propri cittadini e dipendenti.

Ad anticipare tutti è stato Massarosa, un piccolo comune della Versilia che nell’autunno scorso ha deciso di offrire un incentivo chilometrico a 50 cittadini, selezionati tramite bando pubblico, intenzionati a recarsi al lavoro in bicicletta: un contributo economico di 25 centesimi a km sperimentato dallo scorso anno anche in Francia su iniziativa  della ministra dell’ecologia Ségolène Royal.

Il principale pregio del progetto è la sua sostenibilità economica, fa notare l’avvocato Jacopo Michi dell’ufficio legale di Fiab (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) che ha lavorato con l’amministrazione alla stesura del progetto. “Visto che il budget è garantito in via ordinaria dai proventi delle multe, il comune non deve sottostare ai vincoli del patto di stabilità e quello che serve è solo la volontà politica di attuare il provvedimento”.

Ancora più evoluto sembra essere il modello della città di Alghero che interpretando in modo compiuto le indicazioni del provvedimento governativo, ha esteso gli incentivi anche agli spostamenti casa-scuola a favore di studenti con più di 16 anni.

Insomma tra le citta sembra crescere la competizione e l’orgoglio cittadino viene spesso affidato ai ciclisti e alla loro capacità di macinare chilometri come nel caso della European Cycling Challenge la più grande competizione tra ciclisti urbani a livello europeo, nata a Bologna 5 anni fa e che oggi interessa oltre 50 città sparse nel continente. 

O come il Bike Challenge Milano, la sfida che premia le aziende che hanno messo in sella più lavoratori e i dipendenti che hanno cooptato più colleghi nell’iniziativa. Tra le imprese coinvolte nomi del calibro di Siemens, Enel, Rai, Danone e STMicroelectronics che può vantare politiche di mobility management aziendale tra le più avanzate del nostro Paese.

A favorire il proliferare di iniziative volte a incrementare gli spostamenti in bicicletta per andare al lavoro, ha contribuito sicuramente il riconoscimento Inail dell’infortunio in itinere ciclistico che ha tolto a aziende e comuni ogni imbarazzo nel consigliare la bicicletta ai propri dipendenti (vedi il box nelle pagine precedenti).

Ecco che aziende, enti pubblici e università cominciano a essere non più spettatori passivi delle iniziative condotte dalle amministrazioni locali in tema di viabilità, ma attori protagonisti nella gestione della domanda di trasporto di segmenti importanti di cittadinanza.

Le aziende sono ormai consapevoli di essere attrattori e generatori di traffico prevalentemente automobilistico e cominciano a sviluppare una visione nuova del loro rapporto con il territorio e con i propri dipendenti.  Le loro iniziative hanno risvolti sia ambientali che sociali tanto da non essere più considerate come extra costi, ma come opportunità di risparmio e efficienze; come terreno concreto per supportare la crescita del business, incrementare l’impatto sociale positivo presso i propri dipendenti, riducendo nel contempo l’impronta ambientale legata alla propria attività.

Unilever Italia nel suo quartier generale a Roma applica, da diverso tempo, una politica del lavoro (Smart Working) che ha esteso a tutti i suoi 500 dipendenti la piena flessibilità oraria nell’arco della giornata nonché la possibilità di lavorare fuori dai locali aziendali. Un provvedimento che, oltre a conciliare i tempi di vita e di lavoro dei dipendenti, ha effetti decisamente positivi anche sulla mobilità in quanto favorisce il lavoro da casa e permette ai dipendenti di scegliere gli orari e i mezzi di trasporto migliori per spostarsi.

Tra gli attori di questo cambia-mento ci sono sicuramente i Mobility Manager aziendali che rimasti pressoché dormienti per quasi 20 anni oggi sono chiamati con forza a governare gli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti, con l’obiettivo di ridurre l’uso dell’auto privata a favore di soluzioni di trasporto a basso impatto ambientale. La figura del Mobility Manager introdotta per legge nel 1998,  “si applica a ogni organizzazione con più di 300 dipendenti per ‘unità locale’ o, complessivamente, con oltre 800 dipendenti,” precisa Lorenzo Bertuccio direttore scientifico di Euromobility l’associazione di categoria. 

Le principali alternative suggerite da questi “gestori della mobilità aziendale” per contenere l’uso dell’auto privata sono principalmente il trasporto pubblico, la mobilità in bicicletta e l’auto condivisa (car pooling). Grazie anche alla diffusione della banda larga prende piede anche il lavoro a distanza che rientra tra le politiche di Smart  Working come quella citata di Unilever o come la recente iniziativa di Telecom Italia Mobile che alla fine di febbraio “ha avviato una sperimentazione di lavoro a distanza che, nel solo mese di marzo ha generato 13.500 giornate in cui i partecipanti al progetto hanno lavorato da casa: un notevole vantaggio anche per la viabilità cittadina e l’inquinamento” sottolinea Fabio Galluccio.

Un’azienda come Barilla “da tempo ha fatto accordi con il Comune per avere un collegamento alla rete di Trasporto Pubblico Locale tramite autobus di linea che arriva all’interno della sede di Pedrignano” dice con un certo orgoglio Luca Pieroni mobility manager dell’azienda parmense, che può contare anche su una ciclabile che unisce la stazione ferroviaria allo stabilimento e che mette a disposizione dei suoi dipendenti abbonamenti agevolati al trasporto pubblico, navette aziendali, parcheggi custoditi per biciclette e ricariche per mezzi elettrici.

Altra eccellenza del mobility management Made in Italy è Poste Italiane che possiede la flotta di mezzi elettrici più grande d’Italia e che per i suoi dipendenti ha attivato corsi di Eco-Driving al fine di favorire la riduzione dei consumi e delle emissioni grazie ad uno stile di guida più responsabile e sicuro. Una grossa mano ai Mobility Manager arriva dalle nuove tecnologie che consentono la tracciabilità degli spostamenti tramite smartphone e la relativa rendicontazione in merito a km percorsi e kg di mancate emissioni di CO2. Una contabilità che spesso viene affiancata da premi e vantaggi come quelli che offre CoopVoce con la sua app.

Un servizio in grande ascesa è Jojob una piattaforma di carpooling che offre la possibilità di condividere passaggi in auto con colleghi o dipendenti di aziende limitrofe.

Attivato da 73 aziende di grandi dimensioni in Italia, il servizio coinvolge ormai 57mila dipendenti. Grazie all’app Jojob è in grado di quantificare la reale CO2 risparmiata dopo ogni tragitto percorso in carpooling, generando così punti trasformabili in sconti da utilizzare in promozioni locali e nazionali.

Tra le aziende che si avvalgono di Jojob ci sono Unicoop Firenze, Coop Consorzio Nord Ovest che detengono sulla piattaforma il record di CO2 risparmiata, ma anche molte aziende di nuova generazione: da Yoox che ha coinvolto il 45% dei propri dipendenti delle sedi di Milano e Bologna, a Amazon Italia che nel 2015 vanta ben 2.370 tragitti certificati dai propri dipendenti. Il primato per i km percorsi in condivisione e certificati tramite smartphone è invece dell’Istituto Italiano di Tecnologia che da giugno 2015 a metà aprile 2016, ha effettuato 2023 viaggi in car pooling, per un totale di 63.960 km e 6.428,37 kg di CO2 risparmiati.

“Nella sua sede di Genova i circa 850 dipendenti possono inoltre contare su una serie di convenzioni per l’utilizzo del car sharing, per l’acquisto agevolato di biciclette, scooter elettrici e di titoli di viaggio per il trasporto pubblico, oltre che su un servizio di navette aziendali utilizzate giornalmente da oltre 200 dipendenti”, dice Massimiliano Gatti Direttore Facilities dell’Istituto.

Il Welfare aziendale è l’altra porta d’accesso importante che consente alla mobilità sostenibile di farsi strada in azienda.  Secondo Paolo Schipani di Eudaimon, società che dal 2002 accompagna le aziende nello sviluppo di piani di welfare aziendale “i servizi annoverabili nella sfera del cosiddetto ‘time&money saving’ rappresentano per le persone un’ottima soluzione di conciliazione tra le routine di vita e di lavoro. E proprio la mobilità è uno degli aspetti ‘saving’ sempre più sentito e adottato nelle imprese.  Un buon programma infatti fa risparmiare, ogni mese, fino a un paio di giorni di tempo al lavoratore, semplificandogli la vita, e una media di 150 euro, senza contare il risparmio fiscale, contributivo… e di CO2”. Emblematico in tal senso è il caso di Coop Alleanza 3.0 la più grande cooperativa di consumo italiana: 2 milioni 700 mila soci, 5 miliardi di fatturato e 22 mila dipendenti.

Qui il welfare della mobilità viaggia su due ruote, attraverso un programma sperimentale rivolto a 250 dipendenti, che prevede incentivi economici per quei lavoratori che decidono di recarsi al lavoro in bicicletta. “Il progetto In bici alla Coop – dice Ethel Frasinetti del Coordinamento Direzione e Welfare Direzione Politiche del Personale – parte dall’esigenza di tenere assieme i temi del benessere e della salute con quello degli incentivi per i dipendenti. Al di là dei 30 centesimi lordi, riconosciuti al lavoratore per ogni km percorso in bici, l’obiettivo vero è quello di promuovere sani stili di vita anche in tema di mobilità e non solo, come facciamo da sempre, in ambito alimentare. In altri termini, continua Frasinetti, proviamo a esprimere la nostra sostenibilità sociale d’impresa cercando, anche attraverso la promozione della mobilità sostenibile, di perseguire i valori che da sempre caratterizzano la Mission di Coop.”

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