Giovani.jpgChe fatica essere giovani in Italia! Sono loro, i venti-trentenni – la generazione dei millennials in particolare, cioè i nati tra il 1981 e il 1995, e a seguire la Net generation, dal 1996 ad oggi – a pagare il  conto più salato di questi anni di crisi e a programmare, ma spesso soltanto a sognare un futuro lontano da casa (6 su 10, per amore o per forza, vivono ancora con i genitori, non formano famiglia e non fanno figli).

Eppure dopo sette anni di aumento ininterrotto della disoccupazione, nel 2015 il tasso più temuto di tutti era sceso di 0,8 punti percentuali, attestandosi all’11,9%, e qualche speranza pareva esserci. Una buona notizia annunciata dal presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, il quale presentando il Rapporto annuale del suo istituto aveva parlato (prima della recente rivisitazione delle stime da parte del governo) di “un importante momento di crescita persistente, anche se a bassa intensità” per il nostro paese, con il Pil a +0,8%.

Sennonché tirate le somme, il bilancio del lavoro risulta fortemente negativo sempre per quelli della verde età. Che forse anche per questo si pongono in aperto contrasto con la leadership. La crescita dell’occupazione, infatti, è legata all’aumento dell’età pensionabile dovuta alla riforma (perciò va letta come una maggior permanenza), mentre per chi ha tra i 15 e i 34 anni il saldo è drammatico: l’emorragia si è arrestata sulla soglia del 39,2% di disoccupazione, oltre dieci punti in più rispetto al 2008.

Se poi guardiamo al famoso “ricambio generazionale“, peggio che andar di notte. È difficilissima la “sostituibilità” posto per posto tra giovani e anziani. Per uno che ha la fortuna di andare in pensione, ce n’è un altro che rimpiange di non poter prendere il suo posto. L’ascensore sociale si è bloccato; quel che conta, oggi più di ieri, è nascere nella famiglia giusta che possa aiutarti, sostenerti e garantirti un futuro. Molti sognano di espatriare e, nel frattempo, rimangono in formazione continua tra stage, Erasmus e dottorati di ricerca (il 78,7% di chi non sta cercando lavoro).

Il savalgente della famiglia (impoverita)
A completare il quadro di marginalità dei giovani, in una società che si occupa poco o niente di loro, c’è da aggiungere che l’Italia è maglia nera tra i paesi più sviluppati con il 97% delle famiglie (in pratica tutte) che dichiarano redditi invariati o in calo nel decennio 2005-2014. Stanno un po’ meglio gli Usa con l’81%, la Gran Bretagna e l’Olanda con il 70%, la Francia con il 63% e decisamente meglio la Svezia con il 20%. Certo, il calo della ricchezza reale è spaventoso per tutte le economie avanzate (si è ingrossato di 50 volte sul periodo 1993-2005 l’esercito degli impoveriti, passato da 10 a 540 milioni!), ma quando c’è da individuare l’anello più debole, la risposta è “le famiglie italiane”, e a spaccare ulteriormente il capello si scopre che i più colpiti – secondo la fotografia scattata di recente dal McKinsey Global Institute – sono i laureati italiani under 40.

Molti giovani si barcamenano con un impiego precario o saltuario e restano parcheggiati per anni in famiglie che, pur impoverite, svolgono la funzione di ammortizzatori sociali. Giovani che spostano in avanti le tappe della loro vita (o le saltano del tutto), che si perdono per strada o, all’opposto, che alla fine risultano addirittura “sovraistruiti“. Un paradosso difficile da accettare, visto che nel corso della crisi l’istruzione ha confermato il suo ruolo parzialmente protettivo: a tre anni dalla laurea, il 70,2% riesce a sbarcare in qualche modo il lunario e il 32,5% ha un contratto standard. Questo un po’ consola, così come sapere che ci sono valori ed eccellenze che spiccano sul mercato, e le aziende a guida giovane – spiega ancora l’Istat – vanno meglio di quelle rette da imprenditori anziani.

Il punto è che le offerte di lavoro per la massa meno preparata e poco specializzata, compresi i diplomati, sono limitate e sottodimensionate alle aspettative.
Le porte d’ingresso più frequentate sono quelle di commesso, cameriere, barista, addetto personale, cuoco, parrucchiere, estetista.

Tribù che vivono in mondi a parte
“I giovani – fa notare Francesco Maietta, responsabile politiche sociali della Fondazione Censis – sono una componente numericamente decrescente e minoritaria della nostra società, ma con una capacità di adattamento e di reazione a cui sarebbe opportuno dare il giusto valore”.

Anche in virtù di questo minor peso specifico, la politica è poco attenta ai loro bisogni e il giovanilismo imperante che si ferma alle apparenze, finisce per stridere in maniera caricaturale con i problemi veri che restano irrisolti. La reazione degli interessati? È quella di isolarsi in un mondo a parte. Di “tribù” che non comunicano nemmeno più tra loro parla il Censis. La più consistente sono gli “isolazionisti“: il 10% di chi ha fra 18 e 34 anni non vuole avere rapporti con persone di altre età, il 10,8% fa shopping addirittura solo se davanti si trova un commesso a sua volta giovane, il 12% accetta consigli soltanto dai coetanei. Si formano, cioè, comunità che vivono in mondi a parte e giudicano noiosi e lontani da sé i comportamenti degli adulti, che ai loro occhi non vogliono mollare le posizioni acquisite. Altro che “trasmissione dei pensieri e dei saperi”. Altro che “staffetta generazionale”. Le ricerche descrivono un pericoloso scollamento su base anagrafica in un paese, il nostro, che assieme a Giappone e Germania è tra i più vecchi al mondo.

E torniamo così alla fuga all’estero, o per meglio dire all’Italia terra di emigrazione oltre che di immigrazione. Nel 2014 si è registrato il picco massimo degli ultimi dieci anni di questa tendenza a cercare un po’ di fortuna altrove: a muoversi sono, quasi in parti uguali, i ragazzi stranieri stabilitisi in Italia (46,5%), che si spostano dove il vento è più propizio, e gli italiani (42,6%) disposti a cambiare aria anche solo per un po’. È la generazione dei ventenni che è sempre connessa a Internet (tra i 15 e i 24 anni il 91% utilizza il web), la punta di diamante di questo fenomeno in crescita. Globali, cosmopoliti, duttili, focalizzati su un “presente continuo” che non sanno bene dove li porti, i giovanissimi si sentono parte di un’unica biosfera senza barriere linguistiche né confini. E se faticano a intendersi in famiglia, poiché il “fossato digitale” accresce le distanze, saranno comunque loro i protagonisti nel bene e nel male della società di domani. Che devono trovare, ammesso che esista, un luogo geografico sicuro da cui non dover fuggire, in cui lavorare e realizzare la vita vera: quella materiale.

 

 

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