Economia

Disuguaglianze in crescita: ecco perchè bisogna combatterle

Biennale_cooperazione.jpgIl primo problema è la diseguaglianza e la cosa più urgente da fare è combattere la diseguaglianza. Per farlo occorre riformare profondamente il capitalismo finanziario, così come si è manifestato a partire dagli anni ’70-’80 del secolo scorso. Qui sta il cuore dei problemi che l’economia e la politica hanno di fronte oggi a livello mondiale.

Sta in questa “semplice” ricetta il denominatore che accomuna l’analisi di tre grandi economisti come Joseph Stiglitz, premio Nobel, docente della Columbia University e consulente di Hilary Clinton, Jean-Paul Fitoussi, docente in Francia e Italia, e Romano Prodi, che oltre che economista è pure stato presidente della Commissione Europea. Voci autorevoli che raramente capita di poter sentire in un confronto comune, come invece è avvenuto alla Biennale dell’economia cooperativa che si è svolta a Bologna ai primi di ottobre.

Del resto, il tema del come combattere le diseguaglianze chiama evidentemente in campo quel che la cooperazione può e deve fare, in Italia e nel mondo. A partire dal fatto che affermare e promuovere un pluralismo di forme economiche, che non sia dunque solo la logica delle imprese di capitali, è oggi fondamentale e necessario, come ha spiegato introducendo il dibattito il presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini.

L’ideologia dominante Ma torniamo al punto di partenza, e cioè le diseguaglianze crescenti. “La diseguaglianza è cresciuta in tutti i paesi avanzati nel corso degli ultimi 30 anni – spiega Stiglitz – e se ciò è avvenuto non è stato per una qualche imprevista evoluzione dei mercati, ma per precise scelte politiche ed economiche” che hanno tradotto in pratica le indicazioni della dottrina neo-liberale.

Dunque aumento della diseguaglianza come scelta, dice Stiglitz, e a sostegno della sua tesi porta una mole impressionante di dati. Si va dal patrimonio delle 62 persone più ricche d’America che è pari a quello della metà più povera dell’intera popolazione (cioè circa 160 milioni di persone). Oppure il fatto che l’1% più ricco guadagna da solo più del restante 99%. In più c’è il fatto che i salari medi sono più bassi di 40 anni fa e anche se la produttività è cresciuta a dismisura. Dunque ciò significa che la ricchezza complessiva e il Pil sono sì cresciuti, ma a trarne beneficio sono i pochi in cima alla piramide. E la crisi dal 2008 in poi ha accentuato questa dinamica.

Non a caso Jean-Paul Fitoussi invita a diffidare delle medie statistiche e di generici riferimenti alla crescita: “In un mondo di diseguaglianze o la crescita è un fenomeno comune e diffuso oppure non serve a molto”.

Anche per questo Stiglitz dice esplicitamente che quella che in America chiamano la “trickle down economy” non funziona. Parliamo di quella teoria secondo cui se ai piani alti si sta bene, qualcosa comunque arriva anche a chi sta sotto producendo un effetto nel complesso positivo. Ma non è così. “Negli Usa, l’aumento della distanza tra quel che guadagna un amministratore delegato e i suoi operai – spiega Stiglitz – è aumentata di decine di volte negli ultimi decenni. Ma un amministratore, cioè una persona sola, non spenderà mai come 300 suoi operai”.

Qui val la pena ricordare come proprio a due studiosi come Oliver Hart e Bengt Holmstrom, che hanno studiato e criticato il meccanismo distorto delle retribuzioni attribuite ai manager di società quotate  (con bonus e premi legati alle performance di breve periodo e all’andamento delle quotazioni azionarie), che è stato attribuito il premio Nobel per l’economia 2016. Resta da capire se ciò che un numero sempre maggiore di studiosi e commentatori evidenziano avrà effetti sulla realtà perché dopo gli scandali e l’attenzione sollecitata dallo scoppio della crisi nel 2008, ora molti indicatori dicono che i banchieri e i finanzieri di Wall Street sono tornati a fare (e a farsi pagare) esattamente come prima.

È da queste logiche che nasce la crisi della classe media, fortemente impoverita da questi anni di crisi determinando uno degli aspetti che rischiano di far saltare il banco della politica, con l’insorgere di populismi e paure. Ma la finanza poco sembra curarsi della possibilità e della capacità di spendere delle famiglie, troppo presa dall’andare a caccia di investimenti in ogni angolo del globo, salvo poi scoprire che anche la globalizzazione ora mostra la corda.

L’Italia e l’Europa “Quel che Stiglitz ha detto degli Usa – spiega Romano Prodi – si adatta benissimo all’Italia. Tolta forse la sanità in cui le cose qui sono diverse, le altre dinamiche sono simili. Anche da noi c’è una classe media che ha perso potere d’acquisto. E il rischio è che oggi tutti promettano solo di abbassare le tasse senza pensare a come si tutela lo stato sociale e senza capire che ci sono scelte tra opzioni diverse da fare”. Invece si rischia di accettare le diseguaglianze come fossero normalità e la speranza fosse solo quella di cavarsela da soli senza che la politica possa invece incidere.

Ma non si può parlare di Italia senza parlare di Europa, perché molte scelte economiche dipendono ormai da Bruxelles, come le cronache quotidiane ci ricordano. Non a caso Prodi con una battuta dice: “Bisognerebbe proprio che quel che dice Stiglitz venisse tradotto in tedesco. La dottrina dell’austerità come ci viene imposta dalla Germania non va bene”.

“Le politiche di abbassamento del debito non hanno funzionato – rincara Fitoussi – anzi il debito continua ad aumentare e nel mentre abbiamo distrutto capitale umano e sociale. Occorre fare investimenti e attivare politiche di lungo periodo, puntando sul capitale umano, sulla ricerca e la formazione. Non ho certo paura di passare per un keynesiano”.

L’economista francese aggiunge una preoccupazione ulteriore: “Meglio un punto in più di debito che far correre un rischio alla democrazia. Perché è questo oggi in Europa il problema, visto l’affermarsi di egoismi e di partiti nazionalisti ed estremisti. L’Europa va cambiata, deve diventare una federazione di stati capaci di disegnare il futuro”. Altrimenti il paradosso è che, come avviene oggi, i singoli paesi “hanno diritto di cambiare il governo, ma non di cambiare la politica”. E a guardare le vicende europee degli ultimi anni (basta pensare alla crisi greca e al governo Tsipras) questo paradosso si vede tutto.

Più cooperazione Per affrontare questo complesso groviglio di problemi la ricetta di Stiglitz parte dal dire che il capitalismo va riformato perché la logica del “breve termine” e il dominio della dimensione finanziaria, oltre ad aumentare le diseguaglianze, hanno portato a ridurre gli investimenti, prima di tutto sul capitale umano.

Stiglitz indica strade e strumenti, fa riferimento “al ruolo fondamentale che la cooperazione può esercitare per cambiare il modo in cui funziona la nostra società”, e aggiunge un ulteriore spazio d’azione riferendosi al dibattito (che è stato presente anche nella recente campagna elettorale Usa) su esperienze di partecipazione dagli utili da parte dei dipendenti. Allargando la visione cita il micro credito che bene sta funzionando in paesi del terzo mondo. Insomma pratiche e proposte che escono dalla logica oggi dominante.

“Per noi italiani – aggiunge Romano Prodi – è comunque necessario essere consapevoli che l’Europa è decisiva per il nostro futuro. L’ancoraggio a una dimensione europea è fondamentale per affrontare le sfide che abbiamo di fronte. Certo la fase è difficile, le scelte che la Germania sta imponendo sono da rivedere profondamente. Non avremmo bisogno di un rapporto più stretto con la Francia, questo l’ho sempre pensato. E ciò dipende anche dalla volontà della Francia. Ma occorre che come paese abbiamo la consapevolezza che ci giochiamo il futuro per i secoli futuri. Gli stati italiani nel Rinascimento primeggiavano in tutti i campi, dall’arte all’economia. Poi, con la scoperta dell’America arrivò una prima globalizzazione. Noi non riuscimmo ad adeguarci, prevalsero le divisioni e i campanili. E ne abbiamo pagato il prezzo per i secoli seguenti. Oggi siamo davanti a un bivio simile”.

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