OGM_FREE.jpgDegli impegni che Coop ha messo in campo da anni per garantire che i propri prodotti a marchio siano senza Ogm ci siamo già più volte occupati su questa rivista.

“La posizione di Coop non era e non è preconcetta o faziosa, – come spiega il responsabile sostenibilità innovazione e valori di Coop Italia, Claudio Mazzini – ma è frutto di una analisi approfondita che prende atto di tutti i dati disponibili. Per questo, già da anni, abbiamo lanciato lo slogan “Conoscenza e prudenza”, binomio attraverso il quale intendiamo esprimere e sintetizzare il mandato e la natura di Coop legata all’idea di responsabilità sociale di impresa. Non un atteggiamento di rifiuto, ma una richiesta di potenziare preventivamente la ricerca (soprattutto pubblica e non autoprodotta da chi vende Ogm) al fine di valutare accuratamente tutti gli effetti. Nel frattempo, Coop ha deciso di non impiegare Ogm nella produzione dei propri prodotti a marchio nonché nell’alimentazione degli animali destinati a diventare carni fresche di bovino, avicolo e suino. Analoga garanzia sulle filiere del latte fresco e microfiltrato, delle uova e molti dei salumi a nostro marchio”. L’impegno a garantire questi risultati ha costo complessivo stimabile intorno ai 10 milioni di euro all’anno. In esso vanno compresi gli interventi per tenere separate le strutture di lavorazione e impedire le contaminazioni, l’utilizzo di materie prime garantite (ad esempio la soia non Ogm, che costa più cara di quella Ogm), le attività di controllo.

In previsione della sentenza del Tar del Lazio, che ha confermato lo stop alla coltivazione di Ogm nel nostro paese, il presidente di Coop Italia, Marco Pedroni, aveva scritto al governo ribadendo la preoccupazione Coop perchè “la possibilità di seminare, anche in pochi casi, con OGM potrebbe provocare una crisi in moltissime filiere agroalimentari, mettendo in discussione il diritto dei cittadini italiani ad una libera scelta su quali alimenti consumare. Infatti immettere in ambiente materiale geneticamente modificato attraverso una semina è un atto irreversibile che contamina il patrimonio genetico delle nostre colture e rischia di colpire duramente quello che oggi è evidentemente uno degli asset principali della nostra economia: l’agricoltura e la produzione alimentare”.

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