Cibo_sostenibile.jpgCominciamo da un quesito di fondo: ha senso in un paese come l’Italia che ha registrato ben 264 prodotti con Denominazione d’origine protetta, cioè più del 20% delle 1.250 denominazioni Dop esistenti in tutta Europa, parlare di alimentazione a base di insetti, di alghe marine o addirittura di cibi sintetici nati in laboratorio? Quelle 264 registrazioni, dentro cui sta il meglio della cultura agroalimentare italiana (pasta, formaggi, carni, salumi, frutta, oli e via discorrendo), sono storia e tradizione gastronomica dei territori, sapere tramandato nei secoli. Sono ciò che tutti i giorni è sulla tavola degli italiani.

Ma sono anche economia, espressione di un comparto che, anche in questi anni di dura crisi, è continuato a crescere soprattutto grazie all’export arrivato a quota 26,4 miliardi di euro nel 2013 (+6,9% sul 2012).
Se questa è la incontrovertibile premessa, verrebbe da dire che la risposta al nostro quesito su insetti, alghe e c. sia un bel no. Cioè parlare di queste cose, specie in Italia, non ha senso.
E invece, forse un qualche senso ce l’ha e lo potrà avere in futuro. Non perché qualcuno pensi di rivoluzionare i nostri menu e le nostre produzioni, ma perché, nel ragionare sul futuro del cibo (ancor più se in una visione mondiale) e soprattutto abbinando questi ragionamenti alla idea di sostenibilità, allora allargare lo spettro delle opzioni e delle possibilità su cui lavorare, può riservare spunti interessanti.

Infatti (vedi gli articoli che abbiamo pubblicato negli ultimi numeri di Consumatori), i nodi legati al tema della produzione di cibo a livello mondiale, si incrociano in maniera inevitabile con la questione della sostenibilità: detta in soldoni, nel 2050 saremo in 9 miliardi di persone su questa terra, servirà dunque più cibo, serviranno diete più equilibrate e servirà una agricoltura capace di ridurre il suo impatto sull’ambiente. Problemi enormi, che si portano dietro interessi economici e scelte politiche su cui ancora il dibattito è più che mai aperto. Quel che si può dire è che dentro a questa imponente sfida per l’umanità, sarà sicuramente necessario agire su una pluralità di leve e strumenti diversi. In questo senso, senza pensare che siano la panacea di tutti i problemi, tornano utili anche gli insetti e le alghe di cui abbiamo parlato all’inizio. 

Due miliardi di uomini mangiano insetti
Perché? “Basta constatare – spiega il professor Roberto Valvassori, docente di zoologia all’Università dell’Insubria – che già oggi, tra Africa, America del sud e sud est asiatico, ci sono 2 miliardi di persone che usano abitualmente insetti nella loro dieta. Si calcola che siano circa 1.900 le specie usate come cibo. Ciò che per la nostra tradizione alimentare è disprezzato è altrove una prelibatezza”. Del resto, anche se è vero che nell’alimentazione si tende tutti ad essere conservatori ed a difendere le proprie abitudini, è pur vero che, anche se con tempi lenti, le diete cambiano. Patate e pomodori, oggi nostri compagni abituali, sono arrivati in Europa solo dopo il 1550. E in più aggiungiamo che il professor Maurizio Paoletti, dell’Università di Padova, ha (ri)scoperto come in Carnia e Cadore alcuni insetti fossero presenti nella dieta abituale sino a non molti anni fa.

Ma, aspetti culturali a parte, il fatto è che gli insetti “da un punto di vista qualitativo e nutrizionale – spiega Valvassori – hanno proteine e grassi, specie insaturi, in misura superiore alle nostre fonti tradizionali” che sono le carni bovine e suine in primo luogo. Ma rispetto alle carni, che comportano un impatto ambientale molto alto (nel ciclo: produzione degli alimenti per gli animali, loro allevamento e trasformazione in cibo per l’uomo) gli insetti hanno vantaggi enormi perché “non producono gas serra, non hanno bisogno di acqua per gli allevamenti”: insomma sono più sostenibili. “Pensi – spiega Valvassori – che ci sono tipi di insetti che possono venir alimentati con gli scarti ed i rifiuti dei prodotti vegetali. Ce ne sono altri che si nutrono delle deiezioni animali. Certo occorre organizzare un sistema produttivo efficiente, ma i vantaggi sono certi”.
Non a caso la Fao, l’agenzia delle Nazioni Unite, ha prodotto studi e documenti proprio per promuovere gli insetti come fonte alimentare considerata “altamente nutritiva, sana, con alto contenuto di grassi, proteine, vitamine, fibre e minerali”. Anche in molti paesi europei (tra cui Olanda, Spagna, Germania), la stessa UE e pure negli Usa, sono già avviati progetti tesi a verificare come questa risorsa alimentare possa essere valorizzata concretamente.

Insetti come mangime
Se sull’aspetto dell’alimentazione umana torneremo dopo, c’è un altro capitolo che è bene aver presente perché potrebbe essere quello più promettente. E cioè che gli insetti posso servire anche a produrre cibo e mangimi per nutrire gli animali con costi energetici e di impatto ambientale molto inferiore a quelli attuali. “Ci sono animali come le galline che gli insetti li mangiano naturalmente – aggiunge Valvassori -. E probabilmente un consumatore preferirebbe un pollo che ha mangiato insetti rispetto ad uno che ha mangiato soia Ogm. Certo ci sono problemi, che si stanno studiando, legati al definire modalità di produzione industriale, che diano garanzie di sicurezza e salubrità, nel pieno rispetto di tutte le normative. Come deve essere sempre quando si parla di cibo”.
Ritornando all’alimentazione umana, dove sicuramente qualche ostacolo in più è da superare, le cose stanno cominciando a muoversi. Catene della grande distribuzione in Francia hanno già linee di prodotto a base di coleotteri, cavallette, bachi da seta e bruchi. Ovviamente parliamo di prodotti costosi e rivolti a piccole nicchie di mercato. Ma pensandoci bene, tra mangiarsi un gamberetto e una cavalletta, se chiudiamo gli occhi non c’è una gran differenza. Solo che uno ci appare una prelibatezza e l’altro evoca le piaghe bibliche e l’Apocalisse…

Mangiare alghe 
Un’altra alternativa già presente, come integrazione della nostra alimentazione in un’ottica di sostenibilità e di bassi costi è quella delle alghe marine. Anche qui nei paesi asiatici (Cina, Filippine, Giappone e Indonesia in testa) sono già presenti nell’uso alimentare comune. Ma piatti a base di alghe si trovano pure in Irlanda, Inghilterra, Islanda, Norvegia e altre zone del nord Europa.
Al grande pubblico nomi come kombu, wakame, nori, hiziki, spirulina dicono ancora poco (se non si è appassionati di cucina giapponese), ma se confrontate con le piante eduli terrestri, le alghe pur con notevoli differenze tra i diversi gruppi, appaiono sensibilmente più ricche di proteine, di carboidrati e soprattutto di sali minerali e di oligoelementi, in particolare iodio, ferro e calcio. Oggi al mondo si producono già 19 milioni di tonnellate di alghe marine, in gran parte coltivate in appositi impianti: e anche qui torna il discorso sulla sostenibilità, nel senso che l’impatto energetico di queste coltivazioni è molto basso e poco costoso.

Il cibo in laboratorio
Un ultimo fattore (ma non certo meno importante) da tenere in considerazione e che potrà incidere in una misura ancora difficile da definire sugli argomenti che abbiamo accennato è quello della tecnologia alimentare e della ricerca scientifica. Parlare di una bistecca tutta costruita in laboratorio è parlare di cose già avvenute sperimentalmente. Quel che non si sa è con che tempi dall’esperimento si sarà pronti per passare a produzioni su larga scala.

Sulla prima pagina del Financial Times è finita la storia del team di scienziati che per conto del presidente Usa Obama sta studiando una dieta capace di ridurre le emissioni gassose dei bovini. Una mucca infatti produce dai 250 ai 300 litri di metano al giorno (e negli Usa ci sono 88 milioni di capi). Dunque, anche solo sul piano delle emissioni di gas serra, è evidente che il problema è serio. Ma, ammesso che ci si arrivi, cosa ci sarà nella dieta di queste mucche? Quali soluzioni, su questo e su altro, la scienza potrà offrire? Che impatto avrà tutto ciò sulla difesa della biodiversità?
Come in tutte le cose, le opzioni possibili, si incrociano con interessi e scelte politiche. In questo contesto è fondamentale che i consumatori vedano garantito il loro diritto/dovere di conoscere, di essere informati in modo trasparente e di poter scegliere. Ma non è cosa semplice, come la questione Ogm (gli organismi transgenici) di cui ci siamo occupati sul numero scorso dimostra, specie quando ci sono enormi montagne di denaro che si muovono.

Ritorniamo così al punto di partenza del nostro piccolo viaggio. Nessuno pensa che parlare di insetti o alghe sia la risposta ai problemi della fame nel mondo. O che l’Italia debba rinunciare alla sua dieta mediterranea e al valorizzare ancor di più le sue produzioni. Sarebbe una follia culturale ed economica. Ma nello scenario globale, per garantire il diritto al cibo di tutti, ha senso porsi il problema di come costruire, in un futuro più o meno ravvicinato, alternative che possono consentire di alleggerire gli impatti, anche solo sul versante della produzione di alimenti per gli animali.

Dario Guidi (giugno 2014)

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